«Volevano rapire atleti e turisti alle Olimpiadi»

Le accuse bastano a far tremare i polsi. Parlano di un doppio complotto per colpire i Giochi Olimpici, rapire atleti, giornalisti, turisti e seminare il terrore tra le delegazioni internazionali mettendo a segno una serie di micidiali attentati suicidi. Piani in grado di offuscare la tragedia del 1972 a Monaco quando un commando di terroristi di Settembre Nero fece strage di israeliani. A turbare i sonni di Pechino, 36 anni dopo, ci pensano i terroristi di origine Uighura, ovvero i militanti armati della minoranza turco musulmana dello Xinjiang, la sterminata regione al confine con Pakistan, Afghanistan e Asia centrale. Lì, stando al ministero della Pubblica Sicurezza cinese, si addestravano 45 terroristi musulmani, già individuati ed arrestati, appartenenti a due distinte cellule terroriste. Il piano, secondo il portavoce Wu Heping, puntava «a creare un incidente internazionale per sabotare i Giochi». Per allontanare il sospetto che le rivelazioni preannuncino, in verità, un’ondata di repressione sul fronte del dissenso interno, Wu Heping si affretta a diffondere particolari assai inusuali per i rigidi standard della sicurezza cinese.
Il primo gruppo di arrestati, secondo il portavoce, comprendeva dieci persone e faceva capo al Movimento Islamico dell’est Turkestan, una formazione collegata ad Al Qaida e inserita dal 2002 nelle liste del terrorismo dell’Onu. La cellula, addestrata in alcuni santuari stranieri e guidata da un tale Aji Muhammat, sarebbe penetrata in Cina verso la fine dell’anno scorso portando con se denaro in contanti, materiale propagandistico sulla “guerra santa“ ed un consistente carico di esplosivi. L’obbiettivo era quello di colpire a Pechino ed a Shangai utilizzando bombe e sostanze velenose. Dopo aver passato gli scorsi mesi ad addestrarsi confezionando 13 diversi tipi di ordigni, gli uomini di Muhammat si preparavano ad entrare in azione a partire dal prossimo maggio.
I 35 appartenenti alla seconda cellula terrorista custodivano una decina di chili d’esplosivo e otto detonatori da utilizzarsi nel corso di attacchi suicidi a Urumqqi, la città capoluogo dello Xinjiang e in altre località. «Siamo di fronte ad un’autentica minaccia terrorista, quella gente era pronta a sacrificarsi per la guerra santa dobbiamo - ha detto il portavoce - vigilare a tutti i livelli». Per i rappresentanti della minoranza uighura all’estero il complotto diventa, invece, l’ennesima montatura per giustificare la repressione ai danni degli otto milioni di turco musulmani dello Xinjiang. «Queste accuse non hanno senso - ha detto Dilxat Raxit, portavoce del Congresso Mondiale degli Uyghur -: l’Onu deve mandare una commissione per accertare se esistano veramente quei cosiddetti terroristi».