Volevano salvare l’Italia ma si ritrovano condannati

Lotito e Della Valle erano tentati dalla "discesa in campo" anti Cav. La batosta di Calciopoli per frode sportiva ha cancellato il loro sogno

Hanno annunciato di voler scendere in campo e sono stati espulsi. Capita anche ai numeri uno, nel senso di presidenti, padroni, azionisti di riferimento, tutti riuniti, in due soli cognomi: Della Valle & Lotito, premiata ditta punita martedì dal tribunale di Napoli per frode sportiva. Gli uomini della rinascita, gli eroi del risorgimento etico vengono indicati come quelli con le mani sporche di marmellata, assieme agli altri illustri protagonisti della cosiddetta Calciopoli. Invece di tutelare gli interessi del Paese, immagine che garba moltissimo ai due, hanno badato al particolare, all’interesse personale delle loro aziende, Fiorentina e Lazio, accomunate anche da una partita poco fischiata e molto contestata ma pure dalla voglia di apparire su altri fronti, la politica, il bene sociale, il senso patriottico, il desiderio e la sicurezza di essere altro da quello che passa il convento Italia.

Della Valle e Lotito sono due tipi fondamentalmente diversi, opposti direi. L’imprenditore laziale non bada al look semmai alla lingua, veste ordinario, classico, nessun fronzolo, bracciale, foulard, frequenta l’italiano, a volte arcaico, enuncia frasi in latino, ha un ritmo affabulatorio da radiotaxi. Il suo collega marchigiano è una nuvola di charme, commette gaffe di italiano scritto tra un anacoluto e uno strafalcione, parla quasi sottovoce, come in hot line. Lotito ha chiare, decise radici di destra, Della Valle fluttua, di qua e di là, secondo l’ufficio meteorologico e il mercato. Vederli, insieme, condannati ad anno uno e mesi tre per una storia di pallone potrebbe provocare risa tra le jene di cui il bel paese è affollato. Ma, secondo un’altra corrente di pensiero, sono vittime del sistema, semplici osservatori dell’onu calcistico, personaggi a margine di un tritacarne manovrato da chi sappiamo, anzi sanno e sapranno sempre.

Lotito, in tivvù, non ha cortigiani e intervistatori accomodanti, anzi spesso si ritrova a fare disfida con opinionisti che non gli perdonano, per ignoranza, le citazioni ciceroniane o la «non» cultura (!!!) calcistisca, per gli altri, invece, ammessa con sudditanza; Della Valle gode di coccole e carezze in ogni dove decida di presentarsi, con eleganza e charme, le sue riflessioni sono magiche, come il tono della voce che le accompagna a differenza di quel caciarone laziale che non parla «ore rotundo» ma ovale.

Di colpo, in un maledetto martedì sera, si sono ritrovati, però, sullo stesso balcone mentre di sotto la folla uheggia, insulta (non tutta), li indica (non tutti), li sbeffeggia (quasi nessuno). È l’ora dello stupore e dello sbando, il fotogramma in cui nessuno vorrebbe mai finire. Lotito dovrebbe, potrebbe, per regolamento sportivo, lasciare gli incarichi presidenziali e di componente del consiglio federale, Della Valle ha già delegato ad altri, missioni e impegni, limitandosi, si fa per dire, a garantire i versamenti necessari. Ma qui il problema è un altro: è il loro afflato etico, il loro appello alla nazione «...perché l’Italia non viva più lo spettacolo indecente ed irresponsabile che molti di voi state dando...» disse e scrisse il Della Valle Diego nel volantino pubblicato da alcuni quotidiani.

Questo spettacolo che roba è? In quello stesso testo, non del tutto made in Italy come grammatica, l’imprenditore chiedeva che «...le componenti della società civile più serie e responsabili, che hanno veramente a cuore le sorti del paese, si parlino tra di loro...». Ecco, è questo il momento: che Diego e Claudio «si parlino tra di loro».