Volevano uccidere il Dalai LamaScoperto un complotto in India

Un commando inviato da un monaco scismatico per assassinare il Nobel in India. Ma dietro ci sarebbe la Cina. E in Tibet continuano i suicidi di protesta dei monaci

Il Tibet, il Dalai Lama al centro di un complotto, i monaci buddhisti e la loro incrollabile, calma determinazione nell'opporsi all'invasore, allo stato di polizia, allo stivale cinese a costo della loro vita. Anzi, dispiegando l'arma formidabile della loro vita, gettata in sacrificio tra le fiamme su una pubblica piazza perché quel rogo proietti un nuovo raggio d'infamia sugli aguzzini cinesi contro i quali nulla potrebbe la forza.

È accaduto nuovamente l'altro ieri nella prefettura di Ngaba, dove un monaco e un laico, tenendosi per mano, si sono dati fuoco gridando slogan anticinesi. Uno è morto, l'altro è stato trascinato dalle guardie, in gravissime condizioni, in un ospedale sconosciuto.
Ancora sacrifici umani, dunque; più dirompenti di una bomba sotto il profilo simbolico, perché il mondo sappia. Perché non dimentichi fin dall'alba del nuovo anno che dietro la Cina del capitalismo rampante e del libero mercato, della corsa alla Luna e delle stazioni spaziali si cela il vecchio apparato di potere comunista che si regge sui tre affidabili pilastri di sempre: il sangue, la tortura, la pena di morte.

Un anno segue all'altro, ma tutto sembra immutabile sotto la gran volta celeste che sovrintende la maestà delle vette tibetane. Tutto, o quasi. Mai, prima d'ora, per esempio, si era saputo di un progetto vero, dettagliato, studiato a tavolino per eliminare fisicamente il Dalai Lama, in esilio in India dal 1959. I servizi d'informazione indiani hanno scoperto un piano che avrebbe visto all'opera sei agenti cinesi, un commando pronto a infiltrarsi in India per seminare lo scompiglio tra la comunità tibetana in esilio e per uccidere il Dalai Lama in occasione di un suo prossimo viaggio a Mumbai, la vecchia Bombay. E ieri due giovani che si erano avvicinati al leader religioso nel santuario buddhista di Bodh Gaya sono stati arrestati dalla polizia indiana: sono attualmente sotto interrogatorio.

L'implicazione della Cina, naturalmente, non è ufficialmente accertata. Non sono così sprovveduti, a Pechino. Ma non è stato difficile, per le autorità indiane, risalire ai mandanti veri di un complotto che ufficialmente viene attribuito ai seguaci del monaco Dorje Shugden: una setta di integralisti vecchia di quattro secoli che nella figura del Dalai Lama, esule dalla fine degli anni Cinquanta a Dharamsala, nell'India settentrionale, vede il suo nemico.
Non è chiaro quanto reale sia stato il pericolo corso dal Premio Nobel per la Pace. Secondo le informazioni filtrate dall'intelligence indiana, il responsabile dell'operazione sarebbe un cittadino cinese di origine tibetana di nome Tashi Phuntsok, accompagnato da cinque connazionali, probabilmente appartenenti ai servizi di informazione della Cina.

«Un buon numero di cinesi - si legge in un rapporto dei servizi d'informazione di New Delhi che denunciava la genesi del complotto - visitano l'India con un visto d'affari, ma sostanzialmente svolgono attività clandestine… È possibile che il gruppo segnalato voglia visitare zone proibite ai cinesi, come gli accampamenti dei tibetani in esilio».

La ruggine fra i seguaci del quattordicesimo Dalai Lama e gli oltranzisti della setta in seno alla quale sarebbe stato ordito il complotto è vecchia di secoli. Ma solo nel 1996 il premio Nobel Tenzin Gyatso proibì il culto del monaco Shugden, descritto come una sorta di Lucifero, un po' angelo e un po' diavolo. L'anno successivo il Geshe Lobsang Gyatso, un fedelissimo del Dalai Lama, venne massacrato con un centinaio di colpi di coltello insieme a due discepoli. La polizia tentò di catturare gli autori dell'assassinio, ma dovette fermarsi al confine fra il Nepal e la Cina. Da allora i contrasti fra le due comunità non hanno fatto che approfondirsi, apertamente sfruttati dalla Cina che soffia sul fuoco e finanzia le attività degli scismatici.

La Cina e i decennali tentativi di normalizzazione effettuati in Tibet, anche attraverso larghe «trasfusioni» di cinesi trapiantati a Lhasa e dintorni, continuano dunque a scontrarsi con la ferma determinazione di una popolazione che riconosce largamente nel Dalai Lama la sua guida spirituale. Ogni tanto, per ricordare al mondo com'è fatta l'altra faccia della Cina, si accende una fiaccola umana. Una suprema, muta, violenta protesta che non si fermerà, e non potrà essere nascosta agli occhi del mondo.