«Volevo staccargli la spina ma sapevo che lui era vivo»

Federica Artina

da Milano

«Ci hanno lasciato soli. Ma abbiamo vinto». Pietro Crisafulli ha avuto ragione su tutti. Da quell’11 settembre 2003 in cui il fratello, Salvatore, rimase vittima di un incidente stradale che lo paralizzò, l’unico scopo nella sua vita è stato quello di salvarlo, nonostante la sfiducia di medici e istituzioni. E venerdì Salvatore è stato dimesso dalla clinica nel quale era ricoverato, e tornerà a casa, a Catania, dove la sua vita si interruppe ventidue mesi fa. Ventidue mesi che per la famiglia Crisafulli hanno significato sofferenza e battaglia contro l’indifferenza, fino ad arrivare alla drammatica minaccia di Pietro a «Porta a porta»: «Se entro il 5 maggio non viene trovata una soluzione per mio fratello, staccherò la spina». Ma adesso Pietro può finalmente cantare vittoria dalla casa presa in affitto a Monsummano Terme, in provincia di Pistoia, per stare vicino alla clinica dove fino a venerdì era ricoverato Salvatore.
Quanti posti avete girato prima di trovare qualcuno che vi desse una speranza?
«In Italia ho perso il conto: Firenze, Messina Parma... e poi all’estero, in Austria e Svizzera. Tutti mi assicuravano che per mio fratello non c’era più nulla da fare. A Innsbruck, per ben tre volte il primario, dottor Leopold Saltuari, ci ha confermato che i danni subìti da mio fratello erano irreparabili e irreversibili, e che Salvatore sarebbe morto entro tre o quattro anni per insufficienza respiratoria. Poi il Reparto di Neuroriabilitazione dell’ospedale San Donato di Arezzo ha diagnosticato che la tetraplegia e la paralisi di Salvatore erano dovute alla Sindrome Locked-in, e che le funzioni cerebrali non erano compromesse. Così, è iniziata la riabilitazione».
Come sta adesso suo fratello?
«Salvatore è cosciente, muove la testa a comando e viene nutrito per bocca. Non parla ancora ma riesce a comunicare tramite un computer appositamente attrezzato. È sereno e perfettamente lucido, ci chiede come mai non riesce a muoversi: è il suo cruccio».
Lei arrivò a minacciare a «Porta a porta» di staccare la spina a Salvatore.
«Ero disperato. Economicamente non ce la facevo più, e anche psicologicamente: sapevo che mio fratello poteva salvarsi ma i medici non mi ascoltavano e le istituzioni facevano orecchie da mercante. Allora ho tentato l’ultima strada che mi rimaneva: la visibilità televisiva».
Una provocazione più che una presa di coscienza, quindi.
«Volevo richiamare l’attenzione sul nostro caso. Lei sa cosa vuol dire trasportare un infermo in camper su e giù per l’Europa? Per poi sentirsi rispondere che era tutto inutile».
L’incontro con il ministro della sanità Storace è risultato decisivo. Quando è avvenuto il vostro primo contatto?
«Ci siamo incontrati per la prima volta il 28 aprile: chiese lui di vedermi, in privato. Ci siamo rivisti un paio di giorni dopo. E il 6 maggio Salvatore è stato ricoverato a Arezzo».
Riuscirete a curare Salvatore in casa?
«Avevamo già installato un circuito di telecamere nella sua abitazione per poterlo tenere sotto controllo da tutte le stanze, e avevamo anche allestito una camera iperbarica locale, con ossigeno-terapia per curare le piaghe. Ci aiuteranno anche i terapisti, per tre ore ogni giorno».
Lei stava commettendo un fratricidio per colpa di una diagnosi sbagliata... come si sente in questo momento?
«Sono al settimo cielo ma nutro rancore per quei medici che lo avevano dato per spacciato. Abbiamo provveduto a denunciare i medici che ci hanno “tradito”, e ora tutto è nelle mani della magistratura. Noi dobbiamo e vogliamo concentrarci solo su Salvatore e sulla sua strada verso la guarigione, che è ancora lunga. Lui adesso ha bisogno solo di noi».