Con il «Volley nelle carceri» si formano campioni di vita

La pallavolo come strumento di socializzazione, di inclusione sociale e di rieducazione. Una chiave di lettura importante quella del «Levante Volley Due Genova», la società sportiva, che per il secondo anno, propone come campo da gioco i penitenziari cittadini e quelli liguri. Si rinnova così il progetto «Volley nelle carceri» finanziato dalla Fondazione Carige, che sceglie ancora una volta di sostenere iniziative per soggetti disadattati. Basta dunque tracciare delle strisce bianche, posizionare una rete negli spazi liberi di passaggio, ottenere le dovute autorizzazioni, e il «campionato» di pallavolo all'interno delle case circondariali di Marassi, Pontedecimo, Savona e Chiavari, prende il via. «La nostra società mette a disposizione un istruttore - spiega Paolo Noli dirigente della Levante Volley Due Genova - che una volta a settimana per due o tre mesi, da concordare con il carcere, svolge un ciclo di lezioni di pallavolo che coinvolge direttamente i detenuti». L'istruttore è laureato Isef, tesserato Fipav e con significative esperienze nel settore. «Abbiamo investito molto nel progetto - aggiunge - reso possibile grazie alla Fondazione, che ha creduto in noi, condividendone la valenza in termini di rieducazione e reinserimento sociale, sostenendo gran parte dei costi. Abbiamo iniziato lo scorso anno svolgendo l'attività solo nel carcere di Marassi, per tre mesi e i riscontri sono stati ottimi, sia da parte dei detenuti, che da parte della direzione». Quest'anno sono sette gli istruttori coinvolti che prepareranno una sessantina di detenuti: a Savona il torneo si è già concluso, ma a ottobre partiranno altri due moduli; a Marassi, Pontedecimo e a Chiavari gli allenamenti inizieranno invece in estate e in autunno. La pallavolo dunque, come simbolo dello sport di squadra, che incontra i detenuti in un campo all'aperto, attraverso lezioni di un'ora e trenta ciascuna. Ai detenuti - scelti tra coloro che ne fanno richiesta possibilmente per capacità fisiche e soprattutto per età - vengono fornite le divise e tutto il materiale sportivo; la rete è messa invece a disposizione dalla casa circondariale. «L'obiettivo è quello di far relazionare i detenuti attraverso uno sport di squadra nel rispetto delle regole attraverso le basi della pallavolo - continua Noli -. L'idea finale è quella di disputare un piccolo torneo dimostrativo tra i detenuti. Si è anche pensato di coinvolgere delle squadre esterne, ma problemi di permessi non hanno ancora reso possibile l'iniziativa». Il riscontro positivo ottenuto nel 2009 ha incentivato gli organizzatori a riproporre il progetto anche nel 2010, coinvolgendo non soltanto Marassi, ma anche altri carceri liguri. L'istruttore Horacio Del Federico, tecnico della prima squadra, colpito dal confronto con i detenuti, racconta soddisfatto l'esperienza fatta: «sono contento di aver accettato la proposta della società. È un'esperienza singolare e molto interessante. Ho dovuto mettere in chiaro alcune regole alle quali i detenuti si sono dovuti adeguare. Abbiamo stabilito un buon rapporto sin dall'inizio e il confronto non è stato difficile. Ho provato a insegnare loro alcune regole - aggiunge - e un po' di tecnica di pallavolo. Abbiamo lavorato, e continueremo a lavorare sulla preparazione di base, ma anche sul comportamento e sul metodo. È importante che passi questo tipo messaggio. Non ci dimentichiamo che lo sport è un mezzo preventivo molto importante per i giovani, spesso può salvarli da situazione familiari complicate o da amicizie sbagliate. Ed è per questo, che cerchiamo, attraverso la pallavolo di chiarire alcuni concetti fondamentali per stare insieme in modo corretto». Soddisfatto è anche Duccio Centeleghe, responsabile del progetto «Volley nelle carceri» che ribadisce la validità dell'iniziativa: «considerando la situazione di forte criticità in cui versano le carceri italiane sia sotto l'aspetto strutturale che in termini di sovraffollamento, è un grande sollievo per i detenuti svolgere queste attività all'aperto, dove non c'è competizione, ma un forte senso sportivo e rispetto delle regole. È un'attività nobile, credo la prima in Italia, che siamo orgogliosi assieme alla Fondazione Carige di poter portare avanti con passione».