Volley rosa, è un mondiale made in Italy

Guidetti e Caprara allenano tedesche e russe. Frigoni, ex ct dell’Olanda: «Siamo un esempio per la voglia di lavorare»

Francesco Rizzo

Italians do it better. Nel senso che gli italiani sono i migliori allenatori di volley. O, almeno, godono di una certa fama a livello internazionale. Ai mondiali femminili in Giappone, una delle terre-simbolo della nostra pallavolo, l'Emilia, è addirittura rappresentata da tre tecnici: il modenese Massimo Barbolini, calatosi nel ruolo di ct azzurro, ma pure il suo concittadino Giovanni Guidetti, skipper della Germania, e il bolognese di Medicina Gianni Caprara, seduto sull'ambita panchina della Russia. In questa seconda fase non sfideranno le nostre, perché entrambi giocano nella pole di Osaka, ma proprio le russe, imbattute e in testa al gruppo davanti al Brasile, già pensano alle semifinali, bersaglio ormai non lontano pure per l'Italia.
Guidetti, tecnico di Chieri in A1, è un globetrotter del volley, con esperienze in azzurro, negli Usa e con la nazionale bulgara, un bagaglio unico per un 34enne, per quanto figlio e nipote d'arte. Caprara ha dieci anni di più e uno scudetto con Bergamo: la moglie, Irina Kirillova, olimpionica 1988, gli fa da vice. E quando, fra sette giorni, comincerà il mondiale maschile, vedremo Antonio Giacobbe ct della Tunisia. Il segreto di questo successo, pari solo a quello dei cubani? Potrebbe conoscerlo Angiolino Frigoni, bresciano, classe 1954, storico vice di Julio Velasco in azzurro, poi ct dell'Italdonne quinta al mondiale 1998 e, fra il 2001 e il 2005, alla guida dell'Olanda rosa. «Forse siamo più disposti a spostarci», dice Frigoni, oggi d.s. a Montichiari, «ma la pallavolo italiana è vista come un esempio per i successi delle sue nazionali. In più il nostro campionato è un'ottima palestra perché pretende, da chi allena, dedizione totale e la voglia di giocarsi molto». Ma poi il salto all'estero propone nuove sfide. «L'ostacolo maggiore è entrare in sintonia con l'ambiente in cui ti trovi e capire come lavorare e, possibilmente, vincere. Lo sport rispecchia la cultura del Paese. In Olanda non c'era pressione da parte dei media, però era più difficile creare personaggi di richiamo per il volley presso il pubblico. Senza contare il problema della lingua...».
E allora c'è chi, come Guidetti, si impegna con il tedesco e magari si fa aiutare da una sua giocatrice, Angelina Gruen, in Italia dal 2001. «Però c'è differenza fra la comunicazione essenziale e le mille sfumature del parlare, ad esempio, nella concitazione di un time out. Io usavo l'inglese ed era più faticoso che stare in palestra. Ma ne vale la pena. Allenare all'estero ha un fascino particolare». E se si gioca contro l'Italia? «All'inizio è emozionante. Poi si pensa alla partita ed è quasi normale. Quasi».