VOLLMANN Diventare famosi scrivendo solamente banalità

Tremila pagine (sette volumi) sulla violenza. Ora esce con un libro sulla povertà. Sceglie sempre il tema giusto per fare polemica. Vende tanto senza dire niente. Qui spiega come...

«Devo sicuramente ringraziare Osama bin Laden per il privilegio che ho di vedere da vivo questa mia opera pubblicata. Più d’una persona mi ha consigliato di aggiornarla inserendo riferimenti agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Non m’interessa un’operazione di questo tipo... Non ho modificato neppure gli studi monografici, alcuni dei quali relativi a Paesi musulmani (a leggerli con questa consapevolezza, risulterà evidente che attentati di un certo tipo erano prevedibili - e forse evitabili - anche per un osservatore superficiale come il sottoscritto. E posso assicurarvi che andrà di male in peggio)». William Vollmann non è certo scrittore che si faccia problemi a dire le cose come stanno. Almeno secondo lui. In questa introduzione, scritta per l'edizione ridotta di Come un’onda che sale e che scende (Mondadori, pagg. 352, euro 22), il suo gigantesco saggio su «violenza, libertà e misure d'emergenza» appena arrivato in libreria anche in Italia, annuncia che nell’edizione originale dell’opera - sette volumi per un totale di oltre 3000 pagine - erano contenute tutte le prescrizioni necessarie a prevedere l’attentato delle Torri.
In effetti, però, giunti coraggiosamente a pagina 832 del volume e al capitolo intitolato con ambizioni onnicomprensive Il mondo islamico, si fatica a credere che la verità sul terrorismo possa essere contenuta nella manciata di regolette enunciate da Vollmann, una delle quali, la «Massima di Trockij», dovrebbe essere più rivelatrice delle altre: «A nessuno che sia in disaccordo con me sarà consentito di giudicarmi». Secondo il suo autore, Come un’onda che sale e che scende dovrebbe permettere di analizzare ogni tipo di violenza immaginabile nelle motivazioni che la fondano e che la rendono giustificabile». Vollmann chiama questo procedimento «calcolo morale». Altri, molti, prima e dopo di lui lo hanno chiamato relativismo.
Il saggio è un inventario di violenze collettive, cui possiamo dare a seconda del momento storico e del luogo il nome di guerra, aggressione, abuso d’autorità, dittatura, apartheid, catalogate con maniacale perizia, da Cortès a Lincoln, da Buchenwald al Ku Klux Klan, e commentate da una serie di genuine banalità in forma di massima: «La classe è il particolare meccanismo mediante il quale il potere e le risorse vengono distribuiti in modo ineguale all’interno di una società»; «La capacità di commettere violenza è un’estensione dell’io: la dota non solo di un braccio bensì di tutta una mano. L’arma diventa una sorta di arto, un amico»; «L’ordine porta al bisogno di uccidere. Idem per il disordine. Negare questa affermazione è negare se stessi». Ecco perché quando pretende di spiegare «perché gli islamici ci odiano», Vollmann risulta stimolante ma inutile, perché usa il trucco di accoppiare domande forti e pensiero debole.
Scrittore, «ex-giornalista prezzolato» (come amava dire di sé un tempo), professore universitario, o semplicemente «curioso», come ci ha giurato che ama ora esser definito quando lo abbiamo intervistato, il californiano William Vollmann è una delle personalità più camaleontiche della nostra epoca. Persino nell’aspetto fisico la sua identità si riduce all’indescrivibilità: aspetto anonimo e spettinato, equilibrio instabile a causa di una grave frattura pelvica e di una serie di piccoli infarti. Per non dire delle interviste che concede: educate, ironiche, ma così asciutte che l’interlocutore si sente implicitamente tacciato di inopportunità. A sentirlo parlare, Vollmann sembra genuinamente convinto che non ci sia alcun motivo per cui i media debbano occuparsi di lui. Eppure non si lascia scappare, e con largo anticipo rispetto ad una potenziale concorrenza intellettuale, ogni tema controverso: dai nativi del Nordamerica ai ribelli musulmani, dall’Urss alla povertà universale. Ogni suo libro suscita polemiche, interventi, rumore: Vollmann sa come scegliere il tema giusto al momento giusto e gonfiarne interi volumi.
Classe 1959, Vollmann ha passato gli anni Ottanta e Novanta a San Francisco a studiare le allora neomodalità di convivenza urbana e soprattutto le prostitute, ricavandone il controverso Puttane per la gloria (Mondadori, 1999); ha rischiato la vita nei reportage in Afghanistan e a Sarajevo, dove i suoi due compagni di viaggio sono rimasti uccisi, e ne ha spremuto il succo per Afghanistan Picture Show ovvero come ho salvato il mondo (Alet, 2005); ha pubblicato una raccolta di racconti, Europe Centrale, vincitrice del National Book Award, forse il più prestigioso premio letterario americano, dove in ulteriori 700 pagine «personalizza» il conflitto tra Germania e Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale.
La sua ultima «follia» è stata quella di partire per un giro sulla giostra della povertà: ha ispezionato il mondo alla ricerca dei più miseri e ne ha cavato le 300 pagine e 128 fotografie di Poor People (Ecco Press, pagg. 464, $ 29,95) appena uscito negli Stati Uniti e definito «una serie di osservazioni che non hanno altro obiettivo se non quello di tracciare i confini di un mondo intrattabile e incomprensibile». Che è come dire che il volume è il risultato di un’indagine votata al fallimento. O quantomeno l’espressione di una sorta di neoterzomondismo scientifico, fatto del distacco e della comprensione propri più d’uno piscoanalista che di un giornalista.
E la nostra intervista? Eccola, in breve, com’è nello stile di Vollmann. Gli abbiamo chiesto come abbia avuto l’idea di un libro sui poveri: «Quando vedo la miseria della gente, me ne dispiaccio e vorrei aiutarli». Gli abbiamo chiesto che idea si sia fatto della povertà nel mondo: «I poveri sono persone che hanno meno di me e vorrebbero possedere ciò che ho io». A proposito dell'esperienza con i mujahiddin nel 1982: «Furono coraggiosi e ospitali. Credevo nella loro causa». Tornerebbe in Afghanistan? «Solo se servisse ad aiutare qualcuno. Tornare laggiù sarebbe troppo triste per me oggi». Obiettivo di Come un’onda che sale e che scende? «Catalogare le scuse del mondo nei confronti dell’uso della violenza per giudicare quali di quelle scuse sono valide». Ma la violenza cos’è? «Fare del male a qualcuno». C’è differenza nella concezione di violenza a seconda della parte del mondo in cui si vive o della religione? «Il posto della violenza è lo stesso nelle vite di ogni essere umano».