Tra volontà presunta e morte vera

Verrà la morte, e non sarà presunta. Questione di ore. Questione di cavilli istituzionali. Di calendari parlamentari, di dispute amministrative, di conflitti di competenze tra poteri dello Stato e sulle radici della Costituzione. È il nuovo terreno su cui ora i giornali hanno preso a esercitarsi con una disinvoltura maggiore rispetto a tutto ciò che attiene alle ragioni ultime del nostro essere, esistere, vivere, sopravvivere. Vegetare, anche.

È finita in politica, purtroppo. Ma noi non ci vogliamo stare: poche ore ancora e la morte di Eluana verrà, definitiva. Per rispettare la sua volontà, sostengono, espressa a diciotto anni al capezzale di un amico, in coma dopo un incidente. «Sarebbe stato meglio che fosse morto», avrebbe detto secondo un’amica dell’epoca. Oppure, si riferisce di un cero acceso in una chiesa per pregare affinché quel compagno morisse senza soffrire. Quante cose si dicono e si fanno a quell’età, pronti a pentirsene e a cambiare idea...

Ma oggi, vent’anni dopo, quel soprassalto emotivo sull’onda di un dolore troppo forte, è sufficiente per ritorcere su di lei l’effetto di quello sfogo. Per sintetizzare tutto questo, nel decreto che sancisce il «rifiuto del trattamento di sostegno vitale», i magistrati della Corte d’Appello di Milano parlano di «volontà presunta». Ma per il padre, affranto da una vita di dolore accanto a lei, la «volontà presunta» è sufficiente. Ed è sufficiente anche per i medici della «struttura» di Udine, la clinica “La Quiete” dove si sta attuando «il protocollo» (quanta ipocrisia in questi vocaboli) di sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione. È sufficiente anche per chi - credenti compresi - si ritrae e preferisce rispettare il silenzio e la decisione ultima della famiglia. Anche se Beppino Englaro ha invitato Napolitano e Berlusconi ad andare a vedere «le condizioni effettive di mia figlia Eluana». Ma intanto, la morte verrà, per disidratazione. Atroce, inesorabile.

Niente a che vedere con l’eutanasia. Riferiscono le cronache che lo stesso professor De Monte, responsabile dello staff medico incaricato di attuare «il protocollo», quando l’ha vista la sera del trasferimento da Lecco a Udine, sia rimasto sconvolto perché Eluana non è una statua di legno, ma una ragazza che dorme, si sveglia, ha il ciclo mestruale, una funzione vitale non proprio elementare. Maria Grazia Mottola del Corriere della Sera, che ha accompagnato più volte il signor Englaro nella stanza dell’ospedale di Lecco, la descrive così: «La malattia l’ha cambiata, ma i lineamenti sono gli stessi. Delicati, più lievi, i suoi tratti hanno ancora qualcosa di bello... Le suore al capezzale, il padre che la bacia. La pelle chiara e distesa, gli occhi profondi che non si fermano mai, la bocca che si apre e si chiude, in un perenne boccheggiare». Ecco: Eluana è corpo, carne, vita, persona. Oggi a quel padre «che la bacia» basta la «volontà presunta» espressa, in forma ipotetica - se un giorno dovesse capitare anche a me... - a diciotto anni. Ma un padre non ha, non aveva, diciotto anni. A un padre che crede nella vita, toccherebbe correggere gli impeti emotivi di una figlia. Toccherebbe aiutarla a razionalizzare i soprassalti del sentimento, le ribellioni al destino. Se così non è, viene da pensare che la realtà sia diversa. E che, sopra la «volontà presunta» di Eluana si stenda quella, pervicace e irriducibile, del signor Englaro, se è vero come riferito l’altra sera a “Matrix” da una collega di un giornale di Lecco che, pochi giorni dopo l’incidente, già disse: «Meglio che muoia». Scriveva Cesare Pavese, pochi mesi prima di uccidersi in una camera d’albergo, nell’agosto del 1950: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi / Sarà come smettere un vizio / come vedere nello specchio / riemergere un viso morto / come ascoltare un labbro chiuso / Scenderemo nel gorgo muti». No, almeno non vogliamo restare muti.