VOLPE Italia ostaggio dei «liberatori»

In questo inedito del 1946 lo storico rievoca il periodo post-napoleonico. Mostrando come le mire straniere sulla Penisola fossero ancora attuali...

Vogliamo, amici lettori, a ricordo di un’altra «liberazione», riesumare una vecchia storia? Eccola in breve. Siamo circa al 1810. L’Inghilterra, impegnata a fondo contro la Francia napoleonica e rimasta senza alleati sul continente, dopo che Russia ed Austria, vinte, si sono ritirate dalla lizza e quest’ultima si è legata con dolci nodi matrimoniali a Napoleone; l’Inghilterra, dico, essa ha sbarcato sue truppe in Portogallo e Spagna e Sicilia. E dalla Sicilia, lord Bentinck, audace, impetuoso, la testa piena di sogni, come egli li chiama, fra i quali vi era anche quello di offrire l’isola a S. M. britannica, comincia a tessere la sua rete in Italia e vicinanze, a suscitar nemici al despota, a mettere davanti agli occhi dei liberali il miraggio di una costituzione siciliana che avrebbe potuto diventar italiana, a ritrar collaboratori fra malcontenti e fuorusciti, fra antichi patrizi e codini; fra i quali quel conte savoiardo Vittorio de la Tour che nel 1811 gli prospettò in un suo Memorandum la convenienza di creare una Legione italiana che, effettivamente creata, combatté presto in Spagna agli ordini di Wellington, mentre altri italiani militavano sotto opposta bandiera, quella di Napoleone, Imperatore dei francesi e Re d’Italia.
Gli italiani, in verità, non erano malcontenti di quel loro ordine di cose, molti, anzi, trovavano in esso, quanto meno, un buon avviamento per cose migliori e maggiori. E più tardi, col viatico di quei ricordi, di quella tradizione di un ventennio, ricompariranno in gran numero nelle sette, nelle congiure, nei tentativi insurrezionali, negli esili, nelle battaglie attraverso cui si creerà lo stato nazionale. Ma vero anche che, allora, quella Francia messa «sempre avanti a tutto»; quei re e viceré e prefetti di marca francese, quel gran sangue versato su tutti i campi di battaglia e non per l’Italia, cominciavano a pesare, a offendere. Si voleva di più; si voleva, conservando i benefici realizzati, più libertà, più indipendenza... magari con un Napoleone Re d’Italia e solo d’Italia, o un Murat o un Beauharnais. Scriveva Fouché da Roma a Napoleone, dicembre 1813: «Qui, la parola indipendenza ha una virtù magica». Vi sono sì interessi e aspirazioni contrastanti, «ma tutti vogliono un governo proprio». E il generale austriaco Bellegarde da Milano a Metternich: «i partiti, sebbene divisi, qui sono concordi nel pensiero dell’indipendenza del Regno». L’astratto patriottismo giacobino dei primi tempi, a base di “liberté” ed “égalité”, aveva fatto posto ad un più concreto ed alto patriottismo: «Ci crederemmo indegni di nominarci discendenti di quegli uomini che nel Medio Evo ritolsero l’Europa dalla barbarie, temeremmo di macchiare la fama militare riacquistata in venti anni di continue guerre, se oggi perdessimo l’occasione di chiedere una patria forte, una costituzione giusta e un principe proprio». Così gli ufficiali dell’esercito italico che formularono e scrissero uno dei tanti voti e indirizzi presentati in quegli anni ai vincitori.
La propaganda inglese riecheggiava ed incoraggiava questi motivi. Nella primavera del ’14, quando l’Inghilterra volle affrettar gli eventi, Bentinck sbarcò a Livorno: «Italiani! Le milizie della Gran Bretagna sono venute a Livorno per liberarvi dal ferreo giogo di Napoleone. Libere ormai Spagna, Portogallo, Sicilia, Olanda, rimarrete solo voi nei ceppi? Siate italiani, specialmente voi soldati. A voi sta il compimento della grande opera, la restituzione dell’Italia a quel che fu nelle epoche più gloriose...». Poco dopo sbarcò a Genova: e, pressappoco, uguali discorsi. Da Genova, Bentinck manda suoi generali a Milano: Wilson, MacFarlane ecc. E qui grandi manifestazioni di simpatia. La stagione della Scala era nel gran colmo: e applausi senza fine quando i generali apparvero nel loro palco. Si aspettavano anche Bentinck: «c’est le Messie qu’on attend, qui doit rétablir le Royaume de Dieu en terre», notava ironico l’austriaco barone von Hügel nel suo Diario.
Ma intanto l’esercito di S. M. l’Imperatore d’Austria veniva prendendo pieno possesso del Regno, ed egli stesso diceva alla Deputazione milanese: «Voi mi appartenete per diritto di cessione e di conquista». Intanto, l’esercito inglese sbarcava a Genova per il ritorno. I Milanesi si guardarono in faccia smarriti, sgomenti: «sentimento di disperazione», scriveva il generale Wilson a Bentinck, proporzionato a speranze riposte nella «giusta e imparziale Inghilterra». In realtà, l’Inghilterra voleva abbattere Napoleone, assestare vantaggiosamente le proprie cose nel vasto mondo, creare un ordine europeo che impedisse per sempre ogni ripresa napoleonica e francese a minaccia delle predominanti posizioni inglesi. Non altro. Essa aveva un suo piano di ricostruzione dell’Europa e dell’Italia: piano che potremmo chiamare europeo, in contrapposizione a quello piuttosto continentale che la Russia vagheggiava. Con l’uno, primato inglese; con l’altro, primato russo.
Chiave di volta era l’Austria, poiché la Prussia era strettamente legata alla Russia. Sarebbe stata l’Austria più con Londra o più con Pietroburgo? Stette più con Londra. Che era, del resto, cosa antica, dal tempo delle coalizioni contro Luigi XIV, alla fine del ’600. Così, entro la Quadruplice Alleanza, conclusa a Chaumont nel marzo del ’14, tra Inghilterra, Russia, Prussia, Austria, vi fu una specie di duplice anglo-austriaca. La diplomazia inglese, in quei mesi attivissima a Vienna, a Berlino, a Pietroburgo, aveva vinto su quella russa. Castelreagh, trasferitosi di persona sul continente, per mettersi a diretto e vivo contatto con sovrani e ministri, Castelreagh trionfava. Ma trionfava gettando offe italiane all’Impero d’Austria e appoggiando quasi tutte le domande dell’Austria: Lombardia e Venezia con annesse Istria e Dalmazia, e diritto di occupazione oltre il Po, cioè a Ferrara e Piacenza, e principi asburgici messi o restaurati a Parma, a Modena, in Toscana, e mano libera al Borbone di Napoli di sopprimere la costituzione siciliana, sebbene creatura inglese, conforme alle richieste di Vienna che ne temeva il contagio nella rimanente Italia.
E le promesse agli Italiani? Nel maggio del ’14, Federico Confalonieri ebbe colloquio a Parigi col ministro Castelreagh. Gli ricordò il proclama di Livorno, i discorsi di Wilson e Macfarlane. E l’altro rispose: «Debbo francamente osservare che i nostri militari tengono molte volte una direzione non analoga a quella del nostro governo. Ma la politica della Gran Bretagna non può essere fatta dal “War Office”. L’Italia ha seguito sempre la sorte di Napoleone contro di noi; l’Austria ci è stata il più saldo appoggio. E ne deve essere compensata. Mentre avevamo da espellere la Francia dall’Italia, eravamo giustificati se ricorrevamo ad ogni mezzo; ma lo stato dell’Europa attuale non richiede più espedienti simili». Dunque, le promesse, gli «espedienti», soltanto propaganda di guerra. Propaganda consapevolmente menzognera, se non per i generali che potevano anche essere sinceri, ma sì per il Governo che la lasciava fare e fors’anche la suggeriva. Infatti, mentre i generali parlavano, già l’Inghilterra s’impegnava di ridar all’Austria le sue antiche province italiane, già si era proposta di veder «that important position of Venice placed in his imperial Majesty’s hands...», cioè dell’Imperatore d’Austria.
Ma perché riesumare queste vecchie storie? Dirà il lettore. Dal 1813-14 al 1944 è passata tanta acqua sotto i ponti! Gli italiani hanno acquistata tanta esperienza nelle cose del mondo! Sono diventati così scaltri di fronte alle lusinghe, alla propaganda di chi la vuole «liberare»! Hanno tanto capito che una sconfitta militare, anche dato e non sempre concesso che realizzi all’interno i più sublimi e importanti principî, è sempre una sconfitta, apportatrice sempre di immensi danni alla nazione! Hanno acquistato una così alta coscienza nazionale che neanche verrebbe a loro neppure lontanamente in testa di auspicare una sconfitta, di lavorare per una sconfitta, di farsi traditori dei più sostanziali interessi del loro paese per il piacere ed il vantaggio di cacciare un partito dal governo e sostituirsi ad esso e trarre vendetta di esso! È vero, è vero. Infatti, nel 1943 (e anche prima)...