La prima volta di Fuksas nella sua Fiera

L’architetto aveva disertato polemicamente l’inaugurazione: «Svincoli a parte, è come la volevo»

Scarpe lucidissime e abito scuro. Per l’architetto Massimiliano Fuksas la giornata di ieri era speciale. Lui è l’architetto che ha disegnato la Fiera. E quella di ieri era la sua inaugurazione. Era infatti la prima volta che Fuksas vedeva sotto la sua vela di cristallo non i tremila operai che ci hanno lavorato bensì le migliaia di visitatori. A ottobre aveva polemicamente disertato l’inaugurazione ufficiale. E da allora non ci aveva mai messo piede. «Le inaugurazioni si fanno se c’è un motivo. Io sono venuto oggi - ha detto - per rispettare il Salone del Mobile, che guarda al futuro con ottimismo partendo da ciò che sappiamo fare: lavorare». La Fiera? «È bello vederla piena di persone. Le vedo contente. È esattamente come la pensavo, tranne che per le infrastrutture che erano la questione che aveva sollevato la polemica, e per la quale non ero venuto all'inaugurazione fatta a tre giorni dalle ultime elezioni regionali». E ancora: «Perché il privato riesce a fare le cose e il pubblico no? La Fiera è stata finita in 26 mesi, mentre non hanno ancora finito le infrastrutture ed è una follia». «Svincoli a parte» per la metro «sarebbe necessario il prolungamento di almeno un paio di stazioni». A livello generale l'architetto trova la fiera «ben tenuta, c'è addirittura l'acqua pulita. È bella con il sole, ma quando piove e l'acqua entra nei vulcani è bellissima». Cosa manca? «Avevamo pensato a due mirador, due “piazze” con un caffè sui punti più alti da raggiungere in ascensore per guardare attorno. Eppoi l’arte, l’altra cosa che manca. Entrambe le cose non sono state realizzate perché mancavano i soldi - commenta dubbioso -. Eppure abbiamo ancora il tempo per farlo», butta lì. Fuksas ieri era in fiera anche per presentare la sedia da ufficio «Bea» prodotta da Luxy, che ha descritto così: «È sexy e sensuale, in antitesi a una società ossessionata dal potere e dal denaro. Ho sempre avuto un disprezzo enorme per i politici e i designer, ma per gli ultimi era finto, perché nasceva dalla mia esigenza di rifiutare di disegnare solo cose piccole per dimostrare invece che in questo Paese è possibile fare anche grandi cose».