«Per la prima volta ho paura: lascio»

da Roma

La voce s’incrina un po’, risuona carica di emozione nell’aula di Montecitorio. «Getto la spugna. È la prima volta, confesso, che ho paura». Clemente Mastella annuncia al Parlamento e al governo le sue dimissioni, a poche ore dalla notizia degli arresti domiciliari della moglie Sandra e quando ancora non si sa che lui stesso è indagato.
Un discorso pieno di pathos, quello che fa il Guardasigilli. Dolore, amore, cuore, illusione, sconforto sono le parole che punteggiano lo sfogo di un Mastella che ha il volto pubblico del politico e quello privato del marito. «È vile e ignobile prendere in ostaggio mia moglie - dice -. Tra l’amore per la mia famiglia e il potere io, l’onnipotente Mastella, scelgo il primo». Ma ci sono anche ribellione, sfida e accuse nel suo discorso, per le «frange estremiste» delle toghe che, malgrado lui cercasse il dialogo sul nuovo ordinamento giudiziario, ne hanno fatto «un avversario da contrastare, se non addirittura un nemico da abbattere». Il ministro della Giustizia si descrive assediato nel «fortino» delle sue convinzioni, vittima di «scorribande corsare», sottoposto ad una «caccia all’uomo» attraverso intercettazioni telefoniche di tutta la famiglia. Alla «persecuzione» di un «ordine che può disinvoltamente decidere i destini altrui». Mastella dice di aver resistito finchè la lotta era leale e alla pari. Ora, non più.
«Oggi tocca a me, in precedenza ad altri», precisa con un chiaro riferimento non solo a Tangentopoli ma anche a tempi più recenti. Prima di andarsene il ministro scaglia i suoi anatemi contro quel «pacchetto di mischia giudiziaria» che si arroga il potere di «vita e di morte di un governo», contro il «neogiustizialismo» che decreta «l’umiliazione umana, mediatica e politica di chi è contro di loro». Per Mastella, dunque, c’è un chiaro disegno dietro all’attacco giudiziario che travolge lui e la moglie. Quello che l’ha attirato in una «scientifica trappola», dopo tanti tentativi che gli hanno fatto collezionare in pochi mesi il triplo di avvisi di garanzia mai avuti in «30 anni di specchiata carriera politica». E da chi viene l’ultimo attacco? Il ministro doveva essere informato dei provvedimenti giudiziari in arrivo per lui e Sandra, ha avuto il tempo di documentarsi. È in grado di dire che chi «con ostinazione» lo accusa è «un procuratore che l’ordinamento manda a casa per limiti di mandato e per questo me ne addebita la colpa. Colpa che invece non ravvisa nell’esercizio domestico delle sue funzioni per altre vicende che lambiscono suoi stretti parenti e delle quali è bene che finalmente il Csm se ne occupi per dignità». Mastella parla del capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere, Mariano Maffei, e chiama in causa l’organo di autogoverno delle toghe.
Il lungo intervento del Guardasigilli è ben ponderato e ha un bersaglio preciso in quella magistratura, minoritaria precisa, che dimentica di essere soggetta «soltanto alla legge, ma almeno alla legge». E che potrebbe dimostrarsi, chissà quando, artefice di «un’opera di demolizione eterodiretta tesa a scardinare il presunto sistema di potere».
Mastella si dimette, dunque, «per senso dello Stato e senza tentennamenti», di fronte a quella che ritiene «un’ingiustizia enorme». Ma lo fa anche per essere più libero di difendersi e di continuare la sua battaglia. Per riaprire la questione dell’«emergenza democratica tra politica e magistratura», con due proposte: rivedere il capitolo delle intercettazioni «spesso manipolate, estrapolate ad arte e divulgate senza riguardi» e recuperare la responsabilità «perlomeno civile dei magistrati», guardando alla Corte di giustizia di Strasburgo.