Per una volta è stato premiato un liberale

In fondo anche questo, come molti in passato, è un Nobel politico. La motivazione dell’Accademia svedese è chiara: il premio è stato assegnato a Mario Vargas Llosa «per la sua cartografia delle strutture di potere e le sue immagini taglienti della resistenza, rivolta e sconfitta degli individui».
Sostenitore della rivoluzione cubana e fervente seguace delle idee marxiste da giovane, con la maturità Vargas Llosa si è convinto che quel socialismo era incompatibile con le proprie concezioni di libertà e democrazia: dal romanzo Storia di Mayta, considerato peraltro uno dei suoi più belli, pubblicato nel 1984, lo scrittore ha manifestato un deciso cambiamento di rotta «politica». Quel libro per lui segna il passaggio dalle posizioni rivoluzionarie a quelle liberali, se non addirittura «conservatrici», in seguito alla crisi e alla sfiducia nella fede politica di sinistra. Disillusione che, tra le tante conseguenze, innescò una dolorosa polemica con gli antichi «compagni di viaggio» del mondo intellettuale.
E comunque, da sempre, quella del novello Premio Nobel, come tutti i premi Nobel che si rispettino, è una letteratura anche ideologica, di critica radicale al potere. Non si dimentichi che Vargas Llosa - scrittore che ha sempre alternato letteratura e impegno civile - nel 1990 fu il candidato della coalizione di centrodestra «El Frente Democrático» alla presidenza del Perù, uscendone battuto per pochi voti, in opposizione al controverso Alberto Fujimori. Deluso dalla sconfitta e dalla svolta autoritaria del regime, lo scrittore si trasferì prima in Spagna, dove prese la cittadinanza, e poi a Londra, dove vive attualmente.
In un continente dominato da «miti letterari» dichiaratamente di sinistra come Gabriel García Márquez e Isabel Allende, Vargas Llosa ha incarnato posizioni «anticonformiste»: convinto fautore della libertà individuale e della società di mercato, ha collaborato con diverse fondazioni e think tank nel mondo, fra cui anche l’Istituto Bruno Leoni in Italia, facendo esplicitamente riferimento nei suoi libri più recenti a temi tipici della tradizione liberale come la pericolosità dell’utopia ne Il paradiso è altrove, l’autoreferenzialità del potere ne La festa del caprone.
Merita di essere ripescata dagli archivi, in questo senso, l’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della sera nel marzo 2009 in cui - stupendo non poco un certo pubblico liberal e radical abituato a leggere tutti gli scrittori sudamericani come rivoluzionari alla Che Guevara - si spese in un giudizio ampiamente positivo su Silvio Berlusconi. Alla domanda: «Qual è il suo giudizio sulla figura di Berlusconi? È davvero un uomo di destra?», lo scrittore risponde: «Berlusconi è un caudillo sui generis. Un caudillo democratico. Non ha nulla dell’autoritarismo di Mussolini \. Bisogna riconoscere che si è mosso dentro i parametri democratici; centrando i suoi obiettivi. Ha unificato per la prima volta la destra, da sempre divisa in fazioni. E ha sconfitto più volte la sinistra italiana, vale a dire la più poderosa dell’Occidente». Seconda domanda: «A dire il vero, la sinistra italiana di sconfitte ne ha collezionate molte». Seconda risposta: «Ma ha sempre esercitato un’egemonia culturale. Aveva dalla sua parte alcuni tra gli intellettuali e gli artisti più importanti d’Europa. E, nel ’94, pareva sul punto di prendere il potere. Ma sulla sua strada ha incontrato Berlusconi, che, devo riconoscere, ha dimostrato un talento politico eccezionale. I suoi governi hanno garantito all’Italia ordine, stabilità, continuità. E hanno mandato all’opposizione una sinistra che avrebbe fatto del male al Paese». Confermando così le sue critiche fortemente negative, espresse in molte altre interviste e interventi giornalistici, al caudillismo dei più noti leader della sinistra sudamericana, come il venezuelano Hugo Chávez o il boliviano Evo Morales.
«La sinistra italiana è un anacronismo. Non si è accorta di vivere in un mondo completamente mutato. È vecchia. I suoi uomini sono sempre gli stessi. Le sue idee sono state pensate in tempi remoti», dichiarò un anno e mezzo fa parlando con Cazzullo. E, se non bastasse a dimostrare quanto nel suo caso il talento narrativo sia pari al fiuto politologico, ecco l’analisi sul dopo-Berlusconi: «Non ha luogotenenti né delfini, né li può avere. Lui è irripetibile. Autoreferenziale, perché il suo unico riferimento è se stesso. Solo un Berlusconi jr potrebbe succedere al padre. Ma l’Italia non è la Corea del Nord». E Gianfranco Fini? «Lo stimo. Una persona seria. È stato bravo a portare il suo partito dal fascismo a una destra moderna. È un uomo di apparato. Non sarà il successore di Berlusconi, e il primo a saperlo è lui. È solo un hombre de gabinete». Ed è detto tutto.