Voltafaccia di Hamas

Il fatto che Mahmoud Zahar, ministro degli Esteri palestinese, si sia subito rimangiato la lettera da lui inviata al segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, nella quale affermava la volontà del nuovo governo targato Hamas di vivere in pace con «tutti i suoi vicini», non deve sorprendere: per gli arabi la parola è azione anche se smentita. Nel caso di Hamas questo atteggiamento ha un vantaggio su quello non differente seguito da Arafat nelle sue dichiarazioni concernenti Israele. Il vantaggio è di dire una cosa e il suo contrario nella stessa lingua e non in due, arabo e inglese, come faceva il vecchio raìs.
Inoltre, contrariamente ai dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), provenienti in massa da Al Fatah e dall’esilio di Tunisi, i dirigenti di Hamas non sono dei bugiardi ma delle persone serie, devote alla loro causa e cresciute nella società e nelle lotte locali. Ciò che manca loro è l’esperienza politica; operano, per il momento, attraverso «ministeri» occupati da funzionari politicizzati, impauriti all’idea di perdere il proprio posto/stipendio, privi della fiducia dei nuovi capi politici che, anche quando hanno fatto in pochi casi studi all’estero, sono privi di cultura generale, di visione storica e di senso critico. Gli esponenti della classe dirigente di Hamas escono dal mondo chiuso e provinciale del radicalismo islamico palestinese; sono più vulnerabili di Al Fatah nei confronti del nemico israeliano (lieto di sfruttare i loro errori), privi di sostegno internazionale e già in lotta con molti avversari nello stesso loro retroterra politico.
In questo retroterra agiscono bande criminali che operano sotto ogni sigla ed etichetta ideologica, mafie familiari e soprattutto gli uomini di Al Fatah furiosi per la sconfitta elettorale subita e decisi a sabotare la vittoria di Hamas. Il che sarebbe anche legittimo nel gioco di potere, ma diventa pericoloso quando le forze ostili a Hamas dispongono dei due terzi delle armi (legali o illegali) in Palestina e buona parte dei quattrini che il mondo ha messo a disposizione dell’Anp.
Non sono i messaggi di buona volontà che Hamas invia a tutto il mondo a minare il suo prestigio; è la possibilità che la rivalità con Al Fatah sfoci in guerra aperta, cosa che non dispiacerebbe certo a Israele. Gerusalemme ha bisogno di tenersi lontana - politicamente, militarmente, economicamente - dai palestinesi per favorire una rapida formazione del nuovo governo dopo le elezioni del 28 marzo scorso.
Il varo di questo governo dovrebbe richiedere poco tempo dal momento che Ehud Olmert, il capo del partito di maggioranza relativa, Kadima, ha trovato un’intesa con il capo dei laburisti, il sindacalista Amir Peretz. La base di questo accordo - lo prevedeva il Giornale ancora prima delle elezioni - ha come prezzo il passaggio del portafoglio della Difesa ai socialisti, probabilmente allo stesso Peretz.
La rabbia del suo attuale detentore, il generale Shaul Mofaz, era prevedibile. Non soltanto perché egli perderebbe la sua poltrona ministeriale, ma perché - orrore degli orrori - l’enorme bilancio della Difesa, grazie al quale da anni ingrassano i dirigenti del complesso militare-industriale israeliano alle spese delle classi più povere del Paese, passerebbe per la prima volta nelle mani di qualcuno che i conti nelle tasche dei ricchi e negli sprechi burocratici li sa fare.
Ecco la vera rivoluzione che la nuova coalizione di governo potrebbe realizzare in Israele, la prima che punti a traguardi sociali e non ideologici, allo sviluppo degli insediamenti ebraici nelle zone occupate e alla promozione della maggiore ricchezza del Paese, costituita oggi dai cervelli a disposizione delle università, le quali però possono contare solo su finanziamenti quasi da Terzo mondo.