Voltagabbana alla Camera: 78 in solo due anni

Dall’Api di Rutelli al nuovo Fli: dal 2008 a oggi la transumanza dei
politici ha fatto spuntare tanti partitini mai votati da nessuno. Il Pdl
ha perso trentanove onorevoli, il Pd dodici e la Lega uno. E i
centristi chiudono il saldo in attivo: +1

Al Parlamercato gli affari vanno a gofie vele, ma non certo da ieri, piuttosto dal maggio 2008, quando si è aperta la stagione venatoria: tutti a caccia del posto migliore.
Il Parlamento, senza che ce ne accorgessimo (la regola è che i cambi fanno impressione solo se imputabili all’ars seduttoria del Cav), è stato teatrino di una grande gara ippica, con abbondanti salti da sinistra al centro, dal centro a destra, da sinistra e destra al misto e viceversa. Un incredibile via vai, un valzer perdurante e indefesso che ha portato nel giro di due anni a 78 cambi di casacca complessivi, solo alla Camera, alla faccia dell’«impegno con gli elettori» e della coerenza, frase fatta inevitabile ad ogni intervento in aula ma poi tragicamente assente nel comportamento di molti parlamentari. Il bello è che la mobilità estrema di deputati si accompagna ad una fervida creatività, per cui non solo si trasmigra come niente fosse da un partito all’altro, ma si creano gruppi e partitelli parlamentari mai votati da nessuno. C’è l’Api di Rutelli, non pervenuto alle urne. Ci sono i Liberaldemocratici, cioè gli ex diniani per capirci, quelli della Melchiorre (una primatista del cambio), anche loro vergini di consultazione elettorale. Ci sono quelli di Noi Sud, un composto chimico di Mpa e Pd, uniti ai Liberali (il plurale è eufemistico) rappresentati dal solo Paolo Guzzanti, ex Pdl. Così pure, tra gli altri partiti Ogm, creati nella provetta parlamentare, ci mettiamo i Repubblicani, Azionisti e Alleanza di centro, con deputati pervenuti da Pdl (Nucara e La Malfa) e Udc (Pionati). Tra questi partiti-non partiti, cioè eletti ma mai eletti per davvero, ci sta naturalmente anche Fli, tutti ex Pdl. E sono loro (la bellezza di 35 tutti insieme) a dare il colpo di grazia alla classifica del Pdl in tema di trasmigrazioni parlamentari, facendolo schizzare al primo posto come partito più «abbandonato» tra tutti. Una mappa dettagliata di tutti i cambi dal 2008 a oggi l’hanno fatta quelli di Democrazia e legalità (con una grafica che rende bene la confusione di idee imperante tra gli eletti) e poi anche Velina rossa, che ha fatto un calcolo preciso. Il Pdl ha iniziato la legislatura con 275 parlamentari, oggi ne ha 236; il Pd partiva da 217, oggi è a quota 205. L’Udc ne ha eletti 35 e oggi ne conta 36, ma perché tra i centristi non sia successo niente, anzi, è vero il contrario. È che i saldo tra quelli arrivati (dal Pd e dal Pdl) e quelli fuggiti (il gruppo dei siciliani di Romano, ora nel misto, e poi altri) è solo casualmente favorevole a Casini. L’Idv invece si è presentata a Montecitorio con 29 deputati e ne ha persi per strada 5 (oggi ne ha 24), ma a nessuno è venuto in mente di passare con Tonino. Meglio di tutti la Lega, che ha iniziato con 60 e ne ha mollato solo uno (in realtà mai accettato nel gruppo, come sostituto di Cota). Il colpaccio, è evidente, lo hanno fatto gli altri, dall’Api al Fli, da LibDem a NoiSud. Partiti con zero deputati, ora se ne trovano dagli otto ai tre a testa. Miracoli dell’ingegneria parlamentare. In fondo non serve cambiare la legge elettorale per eliminare gli effetti del maggioritario, i partitini (e i loro leaderini) hanno già aggirato il problema: si autocostituiscono dopo il voto. Di fatto, tra strappetti e rotturine, il numero dei gruppi a Montecitorio è praticamente raddoppiato in due anni, da sette (Pdl, Pd, Lega, Udc, Idv, Mpa, Misto) a tredici.
Da segnalare alcuni professionisti in questa disciplina, capaci di cambiare partito due volte in due anni. Come l’onorevole Deodato Scanderebech, eletto con l’Udc, subito passato col Pdl ma da qualche giorno tornato nell’Udc; e poi Massimo Ciman Calearo, eletto col Pd, passato con l’Api e ora nel Misto in cerca di migliore collocazione. Loro sì che hanno onorato in pieno l’articolo 67 della Costituzione, per cui un parlamentare è «senza vincolo di mandato». Meno vincoli di così...