Volvo compie 80 anni Il lungo viaggio verso la fama mondiale

L’amministratore delegato Crisci: «Il futuro all’insegna delle cross-country»

Con i suoi 80 anni di vita la Volvo ha lasciato nell’evoluzione dell’automobile tracce molto più profonde di marchi che hanno abbondantemente superato il secolo di età. Molto è dipeso dalla terra d’origine, la Svezia, ricca terra di mercanti, isolata lassù nel profondo Nord di cui poco si conosceva alla metà degli anni ’20.
Le 15mila auto che si immatricolavano mediamente allora ogni anno venivano quasi tutte dagli Usa e dalla Gran Bretagna (fino al 1967 in Svezia si è circolato a destra), un fenomeno di esterofilia di massa cui Assar Gabrielsson e Gunnar Larson cercarono di porre rimedio con vetture solide, di qualità e sicure, autenticamente svedesi. Nasce così la Volvo, azienda autonoma creata come costola del gruppo Skf, leader mondiale dei cuscinetti a sfera (da questa parentela scaturì il nome della nuova società: «volvo» che in latino significa «io rotolo»). Quasi 20 anni (anche a causa della guerra) ha impiegato Volvo a imporsi fuori dai confini, con l’arrivo della PV444 nel ’47, l’auto che portò alla Duett, nel ’53, la nascita di una nuova tipologia di veicoli. «Con la Duett, Volvo ha fatto scoprire agli automobilisti la station wagon, un concetto che per quanto ci riguarda è rimasto intatto e continua a ispirare ogni nostra nuova sw - commenta Michele Crisci, amministratore delegato di Volvo Auto Italia -: non siamo mai scesi a compromessi, perché una familiare deve essere spaziosa, solida e sicura; bella nel design ma non appariscente. L’unica concessione che abbiamo fatto negli ultimi decenni è quella sul fronte delle prestazioni, con motori benzina e diesel sovralimentati. Ne è una conferma anche la nuova V70 che lanceremo a ottobre, una wagon con l’inconfondibile spalla Volvo».
Sono le linee muscolose che comparvero la prima volta nel 1967 sulla 145 SW, poi coniugate, senza significativi mutamenti stilistici, nella 245 e quindi nella Polar, uscita di produzione a metà degli anni ’90. «Ma la vera rivoluzione nel design - racconta Crisci - Volvo l’ha vissuta nel 1982, con l’arrivo della berlina 760, una vera ammiraglia dalle linee fortemente squadrate che non la facevano certo passare inosservata. Ebbe un grande successo anche la quattro porte, seguita dalla station nel 1985, grazie anche alla motorizzazione turbodiesel che era la più potente sul mercato». Fino a quel momento tutte le Volvo (eccetto la Serie 300 prodotte in Olanda) erano state a ruote motrici posteriori, una concezione progettuale ritenuta sacra, che venne però violata nel 1992 con la 850. «Fu un atto di fiducia nelle proprie capacità tecniche che, in Italia, venne premiato con l’arrivo della wagon che, con il poderoso T5 benzina divenne in un baleno un oggetto di culto». Da quel momento l’evoluzione di Volvo si fa più rapida, con lo sviluppo delle medie S/V40 fino alla caduta di un altro tabù, l’adozione, dopo lunghissime riflessioni, della trazione integrale sulla Cross Country XC70 nel ’99. «Qui comincia una nuova epoca, quella che ha portato la Volvo, grazie soprattutto alla Xc90, a essere immediatamente collegato alle Xc, quello che succedeva con le station wagon. E il nostro futuro è all’insegna delle cross country, anche se oggi, la nostra sfida, si chiama C30, la tre porte di cui gli italiani si sono già innamorati».