«Vorrei girare un horror

Dario Argento, classe 1940, nato a Roma, icona e regista di film gialli e horror, è conosciuto a livello mondiale. Tra i suoi più grandi successi: «Profondo Rosso», «Suspiria», «Il Gatto a nove code», «Phenomena» e molti altri.
Quali i suoi ricordi legati a Milano?
«È una città che ho frequentato molto, soprattutto quando girai il film “Le 5 Giornate” e poi ancora quando mi occupavo delle pubblicità. Il problema è che girare un film a Milano è molto costoso e difficile, ed è un vero peccato perché è una città che adoro e che si presta ottimamente alle riprese cinematografiche. Torino, invece, è più semplice anche logisticamente, molto varia da un punto di vista architettonico, senza contare l’aiuto che ho sempre avuto dalla Film Commission. Infatti quando giriamo un film a Torino la Società ci supporta in vario modo anche mettendoci in rapporto con le personalità del luogo. Il “triangolo magico” di Torino? Secondo me non esiste».
Però va a girare negli Usa...
«Sì, io ho lavorato un paio d’anni in Usa, e devo dire che mi trovavo bene con il sistema produttivo statunitense. Infatti, anche le mie produzioni americane, sono state realizzate con piccole case di produzione indipendenti. Per esempio i giapponesi e i coreani hanno dimostrato che si possono fare dei buoni film a basso costo restando fuori dalla grande macchina hollywoodiana. Non hanno roulotte, camper enormi per gli attori o dozzine di aiuto registi, perché non c’è bisogno di tutto questo; l'essenziale è avere l'ispirazione».
I festival di Venezia e Roma rappresentano gli appuntamenti di punta e di maggior richiamo per il cinema italiano: secondo lei anche Milano dovrebbe avere un evento di pari prestigio internazionale?
«Ma no, Milano ha altre interessanti manifestazioni, non è necessario che si inventi un festival del cinema. Anche perché a Milano c’è il Centro Sperimentale di Cinematografia e lo Iulm, l’Università dello spettacolo, dove ho fatto delle conferenze e ho notato una concentrazione da parte degli alunni molto interessante. Secondo me Milano è ricchissima culturalmente».
Come nascono solitamente i suoi film?
«Spesso, lo dico sempre, nascono da incubi e altri ancora sono storie inventate. Comunque il cinema è un sogno o un incubo, ed è importante saper attingere dal proprio immaginario notturno, dalla propria dimensione onirica».
Milano costituisce, da sempre, una fucina di talentuosi interpreti: qual è, secondo lei, il segreto di questa tradizione?
«Non ci sono segreti, Milano ha prodotto dei precisi talenti cinematografici, c’è una tradizione se vogliamo. A Roma invece c’è una produzione artistica multietnica: anche se le produzioni sono romane, poi nel cast nessuno parla romano, la tradizione romana è superata».
Quali sono i registi italiani e stranieri che lei predilige?
«Tra gli italiani Bertolucci e molto Fellini. Tra gli stranieri Buñuel, Orson Welles e Alfred Hitchcock. Tra gli artisti ho amato molto Andy Warhol».
Oggi lei cosa consiglierebbe ad un aspirante regista?
«Io consiglio di fare questo mestiere solo se si ha una grande passione che rappresenti tutto nella vita. Altrimenti suggerirei di lasciar perdere, in quanto attualmente siamo pieni di registi. Oggi troviamo nelle nuove generazioni dei veri e propri talenti, ragazzini appassionatissimi, informatissimi, eclettici... Ecco, questa è la base per poter proseguire su questa strada. Chiaramente poi questi talenti, che saranno i grandi attori del domani, hanno bisogno di una preparazione più specialistica».
Quale attore scritturerebbe per un suo film?
«Pierfrancesco Favino, mi piace molto».
Secondo lei, quale immagine abbiamo all’estero artisticamente parlando?
«Noi all’estero veniamo più valutati e considerati artisticamente per le vecchie produzioni, per il nostro cinema del passato che per quello del presente. Io, Bertolucci e Bellocchio siamo molto stimati all’estero e quindi, a mio parere, ciò vuol dire che abbiamo dato molto al cinema italiano. Eppoi noi italiani conserviamo nel tempo un appeal particolare. Sono appena arrivato dagli Stati Uniti, dove ho montato il mio ultimo film, del quale ancora non posso parlare, e appena sapevano che ero italiano, diventavano subito di buonumore».