«Votate solo chi è genovese»

Ho letto quanto dicono i lettori in merito all'argomento «L'identità ligure»; tutti scritti interessanti e molti assai dotti. Io non sono a quel livello di scienza e conoscenza, però di una cosa sono certo: amo fortemente Genova e la sua storia come me l'avevano presentata i miei «vecchi», anche se il mio cognome non mi darebbe per ligure.
In effetti il mio nonno paterno era di Rimini; per compenso le mie nonne erano una, una De Negri della zona di Banchi e l'altra una Pietrapiana di via Balbi; mia madre era nata alla Maddalena e papà in via del Molo. Io sono un «besagnino», nato in San Fruttuoso, via Olivette (ora corso Sardegna), vissuto a Genova e, per arricchire la mia professionalità ho viaggiato molto: tutta l'Europa, tutta la costa settentrionale dell'Africa, due Paesi in M. Oriente consumando qualche «Fiat». Sono stato anche in America latina. Dico questo per significare che anch'io, come il cortese mio concittadino signor Silvestri, ho maturato una certa esperienza e conoscenza di altri popoli.
Poiché, come detto, sono un modesto se pur appassionato conoscitore della storia di Genova, riconoscendo valide certe sue note, non mi sento tuttavia di approvare in toto i suoi rilievi.
È, sì, giusto dire che lo spirito d'iniziativa e di coraggio dei genovesi non è più quello d'una volta e poiché non sono un etnologo, né un sociologo, non mi soffermo a cercarne le cause. Confesso che riconosco di non possedere la capacità di distinguere i difetti di noi genovesi contemporanei, né saprei esprimerli così diffusamente e con l'acutezza che ho rilevato nello scritto intitolato «Riflessioni sul popolo genovese».
Tuttavia, e non intendo assolutamente dar inizio ad una polemica, mi hanno colpito in modo particolare alcune frasi là dove si riferisce allo stantìo richiamo al «maniman».
Nell'articolo si parla di immobilismo: l'Autore ha ragione ed esplicitamente chiama in causa (cito) «Coloro che hanno amministrato e amministrano tuttora la città incarnano perfettamente questo nefasto spirito» (del «maniman», se intendo bene). Ripeto che sono d'accordo con lui e aggiungo che ritengo che fino a quando in questa sventurata città avremo l'attaccamento al Partito (qualsiasi) maggiore dell'amore alla propria terra, assieme all'ignoranza della nostra vera storia, e all' l'indifferenza alla vita comunitaria della città, avremo sempre lo sfascio attuale.
Ancora: alla domanda «se esistono ancora i genovesi di antico stampo e se sì dove sono andati», l'estensore dell'articolo risponde che le antiche famiglie genovesi «hanno venduto per fare cassa e solo per proprio tornaconto». Anche qui sono d'accordo, ma… chiedo: al loro posto, dove il Governo centrale ti porta via tutto senza darti nulla in cambio se non l'andare a pietire «col cappello in mano» (come disse l'ex Governatore della Regione, Sandro Biasotti), egli cosa avrebbe fatto?
Poi cita Milano. Domando: chi l'ha resa così grande, importante e quant'altro? I Milanesi? Loro da soli non abbandonando la città? O non piuttosto anche il lavoro di un mondo di gente che gli Amministratori di quel Comune hanno saputo attirare da ogni dove, lui compreso?
Se avessimo la nostra legittima autonomia (o come legittima indipendenza, o con l'autonomia speciale regionale di cui godono la Val d'Aosta, il Trentino, le Isole Sicilia e Sardegna,..) che ci consentirebbe anche di costruire, produrre, commercializzare senza dover chiedere permessi a chicchessia, e senza mandare congrue somme al «centro», non crede che oggi, qui, la situazione occupazionale e di vita sarebbe migliore di quel che è? Mi sono lasciato andare per la passione e me ne scuso. Per terminare: riconosco che qui a Genova è dura, ma se tutti se ne vanno, chi resta a lottare per invertire il senso di marcia? Noi vecchi? A suo tempo non ci siamo tirati indietro, anche se molti italiani sono emigrati (per la verità da Genova pochi, assai pochi!) La nostra parte, l'abbiamo fatta. Ora tocca ad altri; certo, genovesi «doc» ce ne sono rimasti pochi, ma quei pochi, se vogliono, possono essere lievito di vita e di attività nuove. È anche molto importante, per chi non la sa, imparare e parlare la nostra lingua (genovese). Se si va a Milano o a Roma o a Napoli, si sentirà che nei negozi, negli uffici, tutti, dal manovale all'avvocato, al medico, tutti, persino gli exrtracomunitari, parlano in milanese, o romanesco, o napoletano!
I nuovi amministratori (Comune, Provincia, Regione) devono essere liguri (nel senso di «sentirsi liguri») capaci ad impuntarsi, e i cittadini a battersi: non devono fuggire, ma rimboccarsi le maniche cominciando a votare l'accesso alle cariche istituzionali anzitutto a coloro che si sentono genovesi o liguri (come fanno a Milano: milanesi o lombardi), Scegliere persone serie e non marionette, gente cioè che non va fuori dalla sua città per arricchirne un'altra con la giustificazione che se si vuole «vivere e lavorare con buona prospettiva, bisogna andare via»!
Concludo con due domande al signor Mario Lauro: caro signore, ho letto il suo scritto: divertente. Ma adesso, oltre alla critica e all'ironia, vuole dire ai Genovesi che cosa ha fatto Lei, in concreto, per migliorare la situazione? E ancora: lei è genovese?, non basta soltanto «nascere» a Genova per esserlo, bisogna sentirsela nel sangue la genovesità. Se non lo fosse mi spiegherei il Suo atteggiamento.