Il voto in Aula su Cosentino E il vaffa di Bossi a Maroni

Prima il "vaffa" del Senatùr a Bobo, poi gravi accuse davanti a tutto il gruppo. E due deputati vengono divisi prima di picchiarsi. <strong>Cosentino salvo: <a href="/interni/cosentino_salvo_flop_forcaioli_e_centristi/13-01-2012/articolo-id=566605-page=0-comments=1" target="_blank">flop di forcaioli e centristi</a></strong>

Roma - Parole grosse, grossissime. E accuse di una violenza inaudita. Bossi questa volta non ci gira troppo intorno e punta il dito deciso contro Maroni, reo - secondo il Senatùr - di «lavorare a logorare Berlusconi» ormai da troppo tempo. Dopo mesi di guerra sotterranea, il braccio di ferro tra il cosiddetto «cerchio magico» e i «maroniani» esplode come mai era successo prima durante e dopo la riunione del gruppo della Camera che deve formalizzare quale sarà la linea del partito su Nicola Cosentino. Nello scontro «verbale» tra il capo e Maroni, ma pure in quello quasi fisico tra Luca Paolini e Gianpaolo Dozzo. L’ennesima conferma che la decisione sull’arresto del coordinatore campano del Pdl non è certo una questione di merito ma è fatto squisitamente politico.

Con Bossi che è ben consapevole che un via libera causerebbe un terremoto interno a via dell’Umiltà e pregiudicherebbe seriamente (se non definitivamente) l’alleanza con il Pdl. E con Maroni che - proprio per tutte queste ragioni - insiste da giorni sul «sì» all’arresto. D’altra parte, che il Carroccio sia ormai dilaniato al suo interno tra chi vorrebbe rilanciare l’alleanza con il Cavaliere e chi s’immagina una Lega «di lotta» e solitaria alle prossime elezioni non è certo una novità. Quel che mancava è che lo scontro tra Bossi e Maroni emergesse in modo così eclatante e davanti alla pattuglia di deputati esterrefatti.

Con il Senatùr che rinfaccia all’ex ministro dell’Interno di aver «sbagliato» su Cosentino e di aver «gestito a modo suo» i fondi del gruppo parlamentare quando nella scorsa legislatura era capogruppo. Ecco perché, argomenta Bossi, Maroni «non prenderà il posto di Reguzzoni». «Perché rischiamo - aggiunge - che usi i soldi del nostro gruppo per finanziare un altro partito, un suo partito». Tra i deputati cala il gelo. L’ex ministro dell’Interno chiede la parola e dice la sua: a gestire i soldi era Andrea Gibelli e l’ha sempre fatto ottimamente.

Un faccia a faccia così violento che lo stesso Maroni, uscendo dall’aula della Camera dopo il voto su Cosentino, pare portarne ancora i segni. Tanto che nel rispondere ai cronisti a trattati sembra «imbambolato», decisamente poco reattivo. Al punto che pure la favola che nel segreto dell’urna non sarebbe stato il Carroccio a salvare Cosentino, Maroni la racconta senza troppa convinzione. Tensione alle stelle, dunque. Con Paolini e Dozzo che arrivano quasi alle mani, divisi solo all’ultimo da Davide Caparini dopo un vivace scambio di insulti («coglione» e via andando). E con Maroni che - forse per la prima volta da molto tempo - si sente in qualche modo messo all’angolo.

Per i toni e le accuse di Bossi, certo. Ma pure perché il leader della Lega ci ha messo un attimo a disfare e ribaltare la decisione presa dalla segreteria politica di lunedì scorso in via Bellerio, quando si stabilì che si sarebbe votato per l’arresto. Si passa alla «libertà di coscienza», che vale fino ad un certo punto se nel suo intervento a nome di tutto il gruppo Paolini paragona il caso Cosentino a quello di Enzo Tortora.

Così, finisce che il gruppo di spacca. Con Maroni che vede la sua linea pesantemente sconfitta. D’altra parte, il messaggio di Bossi era stato chiaro: «Oggi non si scherza». Lo stesso che martedì aveva recapitato telefonicamente il Cavaliere a Maroni qualche ora prima di Ballarò. Trasmissione a cui l’ex ministro dell’Interno decise in extremis di non andare. Il colonnello del Carroccio, però, tiene la posizione e ribadisce di essere «a favore dell’arresto». Bossi gli risponde a stretto giro. Non è il «vaffa» rifilatogli in mattinata ma ci va vicino.

«Maroni è scontento? Non piangeremo. La storia della Lega non è mai stata forcaiola». Se il Senatùr ha vinto la battaglia, però, non c’è dubbio che la guerra sarà ancora lunga. Anche perché l’ex ministro dell’Interno può contare sul sostegno della maggior parte della base. Sempre che, mormora un uomo vicinissimo a Maroni, «non decida di fare armi e bagagli e dar vita ad un partito che raccolga davvero l’eredità di una Lega che qui non c’è più».