Voto bipartisan: si resta a Kabul Scontro sulla fiducia al Senato

Approvato il rifinanziamento con il «sì» del Polo. Prodi disposto a blindare il decreto a Palazzo Madama ma il Prc si oppone: «Rischi grosso»

Fabrizio De Feo

da Roma

Passato il ddl sulle missioni alla Camera, ora gli occhi sono tutti puntati sul Senato della Repubblica, dove la maggioranza di Prodi dovrà superare la sua vera prova del fuoco. E il dilemma resta quello della fiducia: porla o non porla? «Per carità, con la fiducia rischiamo sul serio: basta che manchi un voto e ce ne andiamo a casa subito», dice un ministro ds. Ma Rifondazione preme su Prodi, e per tutta la giornata ha tentato di convincerlo: «Con la fiducia forse i dissidenti si recuperano. Senza, non ci sarà verso. E a quel punto basta che manchi il voto di qualche senatore a vita o del solito Pallaro e sarà palese che non abbiamo una maggioranza sulla politica estera». A quel punto, «il tuo governo si trascinerà fino a novembre, ma non andremo oltre». Il segnale arrivato dal segreto dell’urna al Senato, che ieri sera ha respinto le dimissioni del dissidente Malabarba, parla chiaro: le sacche di resistenza a sinistra non hanno intenzione di demordere. Prodi per ora è incerto e combattuto, anche se a Palazzo Chigi non si esclude nulla. Sofferto ma scontato, invece, arriva il via libera dalla Camera. Una benedizione parlamentare a cui contribuiscono tanto l’Unione, quanto la Casa delle libertà, con poche, previste eccezioni dei dissidenti di Rifondazione. Il risultato è che per la prima volta la proroga delle missioni militari, Afghanistan compreso, ottiene un consenso bipartisan dal Parlamento. Un risultato paradossale, visto che arriva proprio nel giorno in cui la Nato fa sapere che le regole d’ingaggio per la missione Isaf in Afghanistan, a cui l’Italia partecipa, sono cambiate lo scorso maggio per consentire a quei militari che andranno a Sud reazioni adeguate a quella che è una situazione «combat» e non semplicemente un’operazione di peacekeeping.
La novità, però, non scalfisce le coscienze «unioniste». E il provvedimento ottiene 549 voti favorevoli su 553 votanti, con 4 voti contrari. I «no» hanno tutti la tessera di Rifondazione: Cannavò, Burgio, Pegolo e Caruso. Ora il testo passa al Senato, dove il 24 luglio i numeri saranno per l’Unione più risicati. Romano Prodi, però, si dice convinto che non ci saranno problemi mentre Arturo Parisi non esclude di ricorrere alle maniere forti per tenere compatta la maggioranza. «Si vedrà alla fine se c’è la necessità di mettere la fiducia o no. Decideranno le forze politiche».
L’Unione - che in mattinata supera la prima prova votando la mozione che propone, in prospettiva, il superamento di Enduring Freedom - paga comunque un caro prezzo sull’altare del voto: uno dei dissidenti, Paolo Cacciari (Rifondazione) per non partecipare al voto decide addirittura di dimettersi da parlamentare. Un gesto plateale, annunciato in aula, che prende tutti di sorpresa, in primis il capogruppo del Prc, Gennaro Migliore. Fa discutere anche l’intervento con cui Piero Fassino si rivolge ai parlamentari della Casa delle libertà. «Senza imbarazzo chiediamo il voto favorevole anche delle forze dell'opposizione» dice il segretario Ds durante la dichiarazione di voto sul ddl. «Non da oggi - spiega - siamo convinti che sui grandi temi che riguardano i destini dell’Italia, la collocazione internazionale, la sua sicurezza, sia necessaria la più ampia condivisione». Questo «sia per consentire alle forze armate di assolvere le loro missioni forti del consenso della nazione intera, sia perché tanto più ampio sarà il consenso, tanto più efficace e riconosciuto sarà il ruolo di pace dell’Italia».
Sull’altro fronte, quello del centrodestra, distinguo e condanne delle divisioni e delle doppiezze unioniste si susseguono. Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, rivendica, invece, il valore ideale e non tattico del voto della Cdl. «Oggi non votiamo per favorire o sfavorire il presidente del Consiglio: queste considerazioni ci sono estranee. Votiamo per spirito di continuità sulla politica estera perché non abbandoniamo i nostri militari. Certo che se al Senato la maggioranza non fosse autosufficiente si aprirebbe un problema enorme».