Il voto al buio di una Finanziaria farsa

Arturo Gismondi

La legge finanziaria è arrivata in Senato e si è ripetuta la scena dei senatori a vita che si avviano al seggio per deporre il loro voto a favore del governo, fatti segno alle proteste e agli applausi degli opposti schieramenti. Le proteste levatesi dai banchi del centrodestra si possono capire, ma non servono. I senatori a vita possono votare nel senso che il loro mandato non prevede limitazioni. C’è chi conta sulla sensibilità e discrezione degli illustri senatori, i quali sanno benissimo di non avere alcun mandato popolare potendo però, col loro voto, incidere su equilibri che a Palazzo Madama sono particolarmente delicati. Il risultato è che il Polo, avendo avuto nel voto popolare al Senato 400mila voti in più dell’Unione al momento del voto risulta, anche qui, minoritario.
Stupisce anche per questo lo zelo col quale alcuni dei senatori a vita marcano la loro presenza, spesso solo al momento del voto, dando l’impressione di obbedire a uno spirito di appartenenza presente, una volta, solo in certi partiti. È questo, peraltro, il risultato delle scelte degli ultimi inquilini del Quirinale che, al momento di designare i senatori a vita hanno fatto pesare le loro idee. È solo uno degli infiniti casi in cui ci portiamo dietro il peso di una Storia dalla quale non riusciamo a distaccarci.
Il voto al Senato, peraltro, è stato solo una delle anomalie che hanno segnato la storia di questa disgraziatissima legge finanziaria. Chi scrive, cronista politico da decenni, era ormai assuefatto allo spettacolo di una Finanziaria fatta oggetto di quello che è stato definito da tempo come un assalto alla diligenza ad opera degli interessi riusciti comunque ad assicurarsi una influenza in Parlamento. Questa volta è successo di più, di nuovo e di peggio. La finzione di un governo che resiste più o meno in difesa della «sua» Finanziaria è stata travolta dal fatto che l’assalto era guidato dagli stessi ministri che in gara e rissando fra loro hanno seppellito le Camere dei loro emendamenti, sgomitando poi in seno al governo, sui giornali amici e fra i banchi parlamentari per difenderli.
Il risultato è stato quello cui abbiamo assistito, e che davvero nessuno può negare: una girandola di provvedimenti che il lunedì erano irrinunciabili, il martedì venivano ritirati, per essere riproposti magari il giorno successivo. Con il governo che al settimo giorno, a differenza del buon Dio che pure aveva creato l’universo mondo, le terre e i mari, e le specie animali, anziché riposarsi profittava della pausa per riscrivere tutto da capo. Al punto che non già un cittadino in transito per piazza Montecitorio, ma l’uomo forte dell’Unione, il vicepremier D’Alema, ha definito il tutto «un suk arabo nel quale ognuno cerca qualcosa». Solo che dietro i banchetti, ad amministrare le «cose» c’erano questa volta i ministri.
L’esasperazione è tale che negli ultimi giorni in molti, fra i deputati, hanno accolto come una liberazione il voto di fiducia. Ma sì, erano le voci del Transatlantico, facciamola finita, questo dibattito non ha più senso, nessuno capisce quello che succede, e di che si discute. La maggioranza si è avviata così a un voto «al buio» su di un maxi-emendamento fitto di 820 commi che nessuno sarà riuscito nelle 24 ore disponibili non dico a capirne la logica, ma anche soltanto a leggere, o a scorrere.
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