Il voto di condotta dei ministri: Zaia e la Meloni i più discoli

da Roma

Mariastella Gelmini, la ministra «rigeneratrice» del voto in condotta «pesante», dal punto di vista del comportamento in classe non poteva non essere una studentessa modello. Preparata, impegnata e forse un po’ secchiona, tra i banchi di scuola non ha fatto mai mancare decoro e buona educazione tanto che, ricorda «in condotta ho avuto sempre voti alti, nove o dieci».
All’Istituto Salesiano di via Copernico, a Milano, erano invece famose le «dissertazioni» che Silvio Berlusconi, studente, faceva con i professori. «A volte gli dicevamo che forse esagerava un po’», racconta il senatore e suo compagno di banco, Romano Comincioli, «ma lui era fatto così, già allora si vedeva che aveva una marcia in più». In condotta il Cavaliere aveva voti eccellenti, anche perché - dice ancora Comincioli - «dai Salesiani su queste cose non si scherzava mica». Brillante ma non secchione, nel 1968, nel pieno della contestazione studentesca, al Liceo Cannizzaro di Palermo, il presidente del Senato Renato Schifani vinceva la «Pagella d’oro». Merito anche dell’ottimo comportamento premiato quasi sempre con il nove. Anche per questo, in cinque anni non è mai sceso fino alla perigliosa soglia del sette.
Massimo dei voti tutti gli anni, nove in condotta, il ministro per le pari Opportunità Mara Carfagna. Padre preside e madre insegnante, viene ricordata al liceo scientifico Giovanni da Procida di Salerno come una studentessa diligente. «Uscita da scuola andavo a lezione di pianoforte, di ballo, avevo molti interessi, ma prendevo sempre voti alti», racconta. Perché le piaceva studiare, ma soprattutto «per un fatto di orgoglio» visto che «non sopporto fare brutta figura». Per questo, se impreparata, la notte prima di un esame non dormiva. Anche Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, in condotta aveva «ottimo». E pure nelle materie di studio se la cavava egregiamente. Tranne una volta, quando in terza liceo, forse per colpa dell’amore, la rimandarono in francese.
Scalmanata, agitata, in perenne movimento (anche politico), il ministro delle Politiche giovanili, Giorgia Meloni. Sette in condotta l’ha preso: «Ma solo al primo quadrimestre e poi otto al secondo. E visto che ero bravissima non mi hanno mai bocciato». Si ricorda ancora di quegli anni, e per questo ha chiesto alla Gelmini di «punire i bulli ma non la libertà d’espressione».
Erano i Settanta e nelle classi del Santa Maria l’eco degli scontri arrivava. «Ma attutito», dice il ministro per le Politiche comunitarie Andrea Ronchi. Che a scuola era vivace «però sempre nel rispetto dei professori», tanto da meritare per il suo comportamento in classe voti in media tra l’otto e il nove.
Il ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, era invece rappresentante degli studenti. E da che mondo è mondo, dice, «nessun rappresentante degli studenti ha dieci in condotta». Però pare si difendesse riuscendo a strappare un voto onorevole, che unito ad un buon rendimento lo metteva al riparo dagli esami di settembre. Non fosse altro perché era «troppo impegnato col lavoro e gli amici» per mettersi a studiare l’estate.
Non si nasconde il collega di governo Altero Matteoli. A scuola il ministro delle Infrastrutture andava abbastanza male. Ma il voto in condotta era sempre buono perché, spiega, «se era brutto quello, a quel tempo ti bocciavano».