Un voto di fiducia nel bipolarismo

Le oltre ottocentomila firme raccolte in calce ai quesiti rendono il referendum di Antonio Guzzetta e Mario Segni un fatto politico reale. Poiché le verifiche della Cassazione e il parere della Corte Costituzionale non dovrebbero riservare sorprese negative per i promotori, da oggi nel dibattito sulla riforma della legge elettorale c'è un progetto concreto e preciso. Il primo, tra le diverse ipotesi sul tappeto. È un progetto che, nelle élite politiche, piace a pochi e dispiace a molti e che ha vantaggi e svantaggi. Le ragioni sono largamente conosciute ed è inutile tornarci, perché al di là delle contrarietà e delle riserve sulla sua efficacia, il referendum è ormai sull'agenda, ha una data di scadenza, ma soprattutto sta assumendo sempre più un preciso significato: il rilancio o addirittura il possibile ridisegno del bipolarismo in una stagione in cui dilaga in modo trasversale la tentazione di arrivare ad una legge elettorale proporzionale, senza vincoli di alleanza.
Questo significato, al di là dell'intento dei promotori, è intanto visibile nel risultato raggiunto dalla raccolta delle firme. Non sono certamente poche. Ed è giusto chiedersi se quel gesto attivo compiuto da oltre ottocentomila persone, anche sull'onda delle polemiche contro «la casta», non rappresenti una prima dimostrazione dell'attaccamento dell'opinione pubblica ad un bipolarismo che certamente ha deluso e ha dato, quanto a governabilità, frutti inferiori alle attese, ma che è sentito come un bene.
È un sistema che, per quanto scassato, consente all'elettore se non altro di porre un vincolo agli eletti e di dare un senso al proprio voto. Il senso di una scelta e non di una delega.
Pensiamo solo al fatto che un referendum nato essenzialmente per incentivare la formazione del Partito democratico - e di rimbalzo di una formazione analoga nel centrodestra - ha con il tempo cambiato significato. C'è da pensare che l'elevata affluenza ai banchetti nelle ultime settimane sia speculare alla discussione sul «modello tedesco», che per l'Italia in assenza di una riforma costituzionale significherebbe essere risucchiati dal proporzionale. Significherebbe solo scaricare sul sistema politico il grande problema che è essenzialmente della sinistra, più precisamente di uno schieramento composto da due tronconi, quello antagonista e quello moderato, che non possono governare insieme.
La politica può anche guardare ad un sistema diverso da quello disegnato tra il 1993 e il 1994. Ma la società italiana appare bipolare quanto non mai, se non altro su alcune opzioni fondamentali come il fisco, il Welfare e il lavoro. Per non parlare dei valori. Una società - va aggiunto - nella quale non è difficile cogliere i segnali della volontà di avere la certezza della coerenza tra il voto, dato a una leadership e ad un programma, e l'azione di governo.
Ecco, al di là dell'intento dei promotori, dell'efficacia dei quesiti, dei dubbi che si hanno, l'avvio del percorso referendario sembra esprimere soprattutto il segnale della volontà di non rinunciare al bipolarismo ma di curare le sue malattie. Se i tentativi di trovare una soluzione parlamentare nel tempo che resta andassero in questa stessa direzione, probabilmente si darebbe anche un contributo a colmare il nuovo fossato che l'Unione ha aperto tra società e politica.
Renzo Foa