"Voto irregolare con queste schede"

Berlusconi denuncia: "Non penso ai brogli ma alla confusione che si può creare negli elettori. C’è tempo per la ristampa. Il cittadino si troverà davanti una
striscia indistinta di simboli. Serve subito un decreto legge&quot;. Napolitano interviene. <a href="/a.pic1?ID=252701" target="_blank"><strong>Amato si difende</strong></a>

da Roma

«Non penso ai brogli ma alla confusione che si crea per chi deve votare». Il comizio in piazza del Pantheon è appena finito e circondato da sostenitori, cameramen e giornalisti, Silvio Berlusconi spiega le ragioni del suo appello al capo dello Stato affinché «intervenga a difesa della credibilità delle istituzioni democratiche e del diritto degli italiani a un regolare svolgimento delle elezioni». «Quando ho visto le schede - dice il Cavaliere - mi sono spaventato perché non si capiscono gli apparentamenti ma c’è una striscia indistinta di simboli». Insomma, le schede «così come sono state predisposte dal ministero dell’Interno», non offrono «garanzia alcuna» che «sia rispettata la volontà degli elettori». Anzi, «inducono più facilmente all’errore» che «all’espressione di un voto regolare».
Un intervento, quello del Quirinale, chiesto «perché non riuscivamo a trovare ascolto dal ministero dell’Interno» nonostante le sollecitazioni dei giorni scorsi sia di Gianni Letta che di Claudio Scajola. E comunque annunciato al Colle già in mattinata, per evitare altri fraintendimenti dopo la querelle dei giorni scorsi. Perché, spiega uno dei collaboratori più stretti del Cavaliere, «non c’era alcuna intenzione di tirare per la giacchetta Napolitano» ma «vista la gravità della situazione» era «necessario che il Viminale fosse pubblicamente investito del problema». E a Giuliano Amato che fa sapere di aver semplicemente «applicato la legge» (che «ha peraltro la firma di Berlusconi e del mio predecessore»), il Cavaliere ribatte che «la situazione degli accorpamenti dei simboli è cambiata» visto che due anni fa correvano solo due coalizioni. A questo punto, dice, «si può intervenire con un ulteriore successivo decreto che privilegi la comprensibilità della scheda e la certezza del voto che oggi mi pare non ci sia». E anche se questo porterà a un aggravio di spesa per lo Stato visto che le schede dovranno essere ristampate («i tempi ci sono»), l’ex premier è convinto che siano «soldi spesi bene».
Poi, tra palloncini colorati e sulle ormai immancabili note di Meno male che Silvio c’è, in piazza della Rotonda il Cavaliere snocciola di nuovo le ragioni per cui «bisogna votare per il Popolo della libertà». Elencando «in pillole» il programma di Walter Veltroni: «Più Stato, più tasse, più spesa pubblica, più extracomunitari, l’impazzimento delle intercettazioni telefoniche, vendere Alitalia e farci colonizzare dai francesi, nessun ponte sullo Stretto e Antonio Di Pietro ministro della Giustizia». «Volete tutto questo?», chiede alla piazza. La risposta è scontata.
Berlusconi, poi, mette da parte l’immagine della croce («sono costretto a portarla», ripete spesso) e ironizza sui suoi trascorsi con la magistratura: «La mia condanna è definitiva, devo fare il presidente del Consiglio». D’altra parte, «questa è l’ultima occasione prima di imboccare la strada del declino» e aggiunge, rivolto al leader del Pd, «ormai gli italiani hanno capito che il pifferaio magico rischiava di portarli nel burrone». Altra domanda retorica alla piazza: «Volete che Veltroni realizzi il sogno della sua vita e vada in Africa?». Altra risposta scontata. Mentre sorvola, seppure con ironia, su Alfonso Pecoraro Scanio: «Lasciamolo stare, poverino. Ha i giudici addosso e per questo mi comincia a diventare perfino simpatico». Poi, l’affondo su Pier Ferdinando Casini: «Se qualcuno avesse qualche simpatia per quel bel ragazzo che stava nel centrodestra e che si chiama Pier Furby, sappia che un voto dato all’Udc che si è messa in proprio è un voto perso». Che, aggiunge, «rischia di non eleggere nemmeno propri rappresentanti alla Camera e che è sicura di non eleggerne nessuno al Senato».
Sull’esito del voto del 13 e 14 aprile, infatti, Berlusconi non ha dubbi: «Nessun pareggio, i sondaggi sono chiarissimi. Abbiamo una distanza tale per cui avremo l’onore e l’onere di governare e cambiare il Paese». Le ultime rilevazioni arrivate ieri a Palazzo Grazioli, infatti, vedono sostanzialmente invariata la forbice tra centrodestra e centrosinistra. Con un recupero di voti a fare del Pdl anche nel Lazio (una delle regioni in bilico, decisiva per gli equilibri del Senato), dove secondo Demoskopea il centrodestra è in vantaggio dello 0,5-0,8%. Mentre su scala nazionale, spiega Paolo Bonaiuti, il Pd «è sostanzialmente al palo da tre settimane».