Il voto del Michigan La corsa di McCain ora spaventa Hillary

Tra i democratici nel Michigan non c’è stata gara, perché correva solo Hillary; tra i repubblicani, invece, il confronto c’è stato, acceso, incerto, appassionante, fino all’ultima scheda. Ma tra i due principali contendenti, John McCain e Mitt Romney, solo quest’ultimo ha atteso i risultati con il cuore in gola; perché dopo due secondi posti in Iowa e nel New Hampshire, si gioca tutto: qui è nato, qui suo padre è stato per tre volte governatore. Se perde qui non può pensare di vincere altrove.
McCain, invece, è sereno. Certo, un successo darebbe ulteriore slancio alla sua corsa, ma un onorevole secondo posto non verrebbe vissuto come un dramma. L’eroe della guerra del Vietnam dal sorriso fanciullesco è interessato ad altri dati; quelli dei sondaggi su scala nazionale che lo danno ampiamente in testa con il 28 per cento, seguito da Mike Huckabee, il vincitore nell’Iowa, al 20, Romney al 19, e Rudy Giuliani solo al quarto posto con il 15 per cento.
Già, Giuliani: continua ad essere l’oggetto misterioso di questa campagna. Ha deciso di non fare campagna nelle prime fasi per concentrare gli sforzi sulla Florida, dove si vota il 29 gennaio, e sul supermartedì del 5 febbraio, quando andranno alle urne contemporaneamente una ventina di Stati. O sorpassa tutti di slancio o affonda. Genio o kamikaze. Tra poche settimane sapremo.
McCain, invece, in queste ore si vede addirittura alla Casa Bianca, soprattutto qualora dovesse affrontare la Clinton nel duello finale. L’ultimo sondaggio Rasmussen dà infatti un responso inequivocabile: il repubblicano vincerebbe 49 a 38%. McCain piace a destra (voterebbe per lui l’86% dei membri del suo partito) e agli indipendenti (che lo preferiscono all’ex first lady con un vantaggio di 21 punti). Il problema è che Hillary non convince del tutto gli elettori democratici (solo il 74% è pronta a sostenerla) e non riesce a strappare voti al centro.
Nonostante le lacrime in tv e la solidarietà femminile la sua immagine resta quella di una donna fredda, cinica, antipatica. Può una donna così poco empatica conquistare la Casa Bianca? La risposta degli esperti e degli americani oggi è no, soprattutto se posta in concorrenza con un McCain che, nonostante sia in Congresso da oltre 20 anni, non viene considerato un vecchio politicante. È umano, ma fermo sui principi; incarna il sogno, un po’ romantico, dell’America di un tempo: esigente, ma giusta; che concede a tutti una chance di riscatto, anche a se stessa. E un Paese che scivola nella recessione, scosso dallo scandalo subprime, demoralizzato dalla guerra in Irak cerca un leader che sappia rassicurare e infondere nuovo slancio.
Se invece il rivale di McCain fosse Barack Obama, l’esito sarebbe incerto; i due infatti sono dati praticamente alla pari. Il giovane senatore nero piace agli americani non schierati e anche a molti repubblicani. La freschezza di un candidato quarantenne contro la saggezza di uno splendido settantenne; due simboli positivi, due candidati che punterebbero tutto sulla fiducia. Sarebbe una sfida magnifica.
In casa democratica Obama è in rimonta, ma ancora staccato di cinque punti su scala nazionale. Ha deciso di non correre in Michigan, che peraltro non attribuirà delegati: questo è infatti uno di quegli Stati «ribelli» che hanno fissato primarie in anticipo, senza rispettare il calendario concordato e che per questo è stato punito dal partito democratico. Gli elettori che si recheranno comunque ai seggi troveranno una scheda con solo due voci: la Clinton e «uncommitted» ovvero voto neutrale.
I candidati affilano le armi in vista del voto in Nevada sabato e nella Carolina del Sud il 19; ma ieri Barack e Hillary hanno cercato entrambi di alleggerire i toni di una polemica a sfondo razziale nata da una frase pronunciata dall’ex first lady su Martin Luther King. Una polemica pericolosa, che rischiava di sfuggire di mano a entrambi e di generare tensioni in tutto il Paese. A New York la senatrice, parlando a una conferenza proprio in memoria di King, ha «reso omaggio, anche a nome di Obama, al sacrificio di uomini come Martin Luther King grazie al quale oggi una donna e un afroamericano possono correre alla presidenza degli Stati Uniti».
L’accoglienza del pubblico, composto da neri e da latino-americani, è stata tiepida, ma da Las Vegas Obama ha accolto l’invito affermando di «non volere battibecchi» e che «Hillary e Bill Clinton sono sempre stati dal lato giusto nella lotta per i diritti civili».
Capitolo chiuso, dunque. Eppure proprio le minoranze saranno decisive nelle due prossime primarie: gli ispanici in Nevada, i neri nella Carolina del Sud; e in entrambe le comunità Barack è alquanto popolare.
http://blog.ilgiornale.it/foa