Dal voto olandese un altro colpo a Chirac: «È messo in dubbio il progetto europeo»

Il presidente francese: occorrerà analizzare con attenzione le conseguenze di questi risultati al prossimo vertice dell’Unione

Alberto Toscano

da Parigi
Il presidente francese Jacques Chirac è sempre più preoccupato. «Dopo il no francese del 29 maggio alla Costituzione Ue, questo nuovo risultato negativo in uno dei Paesi fondatori dell’Unione - ha detto riferendosi all’esito del referendum olandese - esprime le gravi preoccupazioni, dubbi e domande che pesano sullo sviluppo del progetto europeo: occorrerà prendere il tempo necessario per analizzare con attenzione le conseguenze dei voti negativi in Francia e Olanda, una riflessione che dovrà iniziare a partire dal Consiglio europeo del 16 e 17 giugno». La dichiarazione dell’Eliseo segue di poco la lettera inviata da Chirac ai 24 altri leader europei, che tradisce l'imbarazzo di Parigi e che dimostra al tempo stesso la voglia di guadagnare tempo per difendere al meglio gli interessi nazionali in ambito comunitario. Il presidente è preoccupato a causa dei possibili contraccolpi che il no alla Carta europea (di cui proprio i francesi erano stati i principali artefici) possa avere su una serie di negoziati. In particolare su quelli agricoli. Le campagne francesi, che hanno massicciamente votato no all'Europa, hanno adesso paura di ricevere qualche quattrino in meno da Bruxelles. E allora il presidente, che ammette di «rendersi ben conto delle conseguenze» del caso francese, ribadisce «l’impegno storico e profondo della Francia nella Costituzione europea».
Chirac è in grande difficoltà. «È la prima volta che vediamo alla testa della Francia un presidente screditato sia sul piano interno sia su quello internazionale», dice il costituzionalista Guy Carcassonne, docente di diritto pubblico all'università Parigi X, secondo cui Chirac «è profondamente indebolito di fronte ai partner comunitari». E allora che fare? All'interno, Chirac ha reagito al referendum cambiando il governo. In ambito europeo sta facendo di tutto per non essere messo alla berlina. Dunque deve far passare questo momento nero e - per ottenere lo scopo - ha scelto di insistere sulla necessità di proseguire il processo delle ratifiche europee di un Trattato ormai defunto (essendo praticamente impossibile che la Francia convochi un secondo referendum sullo stesso testo).
Il vero spartiacque corre in questo momento tra Chirac e Tony Blair. L’inquilino dell’Eliseo teme che il premier britannico colga l'occasione del no francese per rinunciare a convocare il referendum britannico. Se Blair terrà duro su questa linea, Chirac dovrà assumere tutte le responsabilità politiche per la sua scelta di far votare in Francia la Costituzione per via referendaria anziché per via parlamentare (passaggio che non avrebbe posto problemi).
Intanto il nuovo primo ministro Dominique de Villepin, braccio destro di Chirac, prosegue le consultazioni per costituire il governo di fine legislatura, che dovrebbe restare in carica per i prossimi due anni. Due cose sono certe: i liberali dell'Union pour la Démocratie française (l'altro partito del centrodestra) non entreranno ufficialmente nella compagine ministeriale e la carica di «ministro di Stato», in pratica vice primo ministro, andrà al rampante Nicolas Sarkozy insieme al dicastero degli Interni. Inoltre Sarkozy, che è il grande rivale di Chirac in seno al centrodestra, manterrà la presidenza del loro comune partito: l'Union pour un Mouvement populaire (Ump).
Villepin, la cui ammirazione per Napoleone rasenta il fanatismo, ha lanciato ieri una sorta di proclama alla nazione: nel giro di «cento giorni» il governo intende prendere di petto i principali problemi, facendo della lotta alla disoccupazione (i senza lavoro sono 2,5 milioni, pari allo 10,2 per cento della popolazione attiva) una sorta di priorità assoluta.