Il voto segreto rinvia la scissione nella Quercia

La strategia di D’Alema: «Evitiamo lo scontro politico, accettiamo le richieste anche se stravaganti»

Roma - Meglio una scissione domani che una spaccatura oggi: al termine di una lunga giornata di psicodramma collettivo dei Ds, riuniti all’Hotel Quirinale di Roma, Piero Fassino e Massimo D’Alema escono dalla direzione evitando la rottura immediata nel partito.
Le posizioni politiche interne alla Quercia restano lontanissime, e la scissione a sinistra contro il Partito democratico è solo rinviata a dopo il congresso e le amministrative. Ma almeno il voto finale di ieri sulle regole delle assise è stato quasi unanime: il Correntone l’ha avuta vinta, ottenendo il voto segreto su mozione e segretario nei congressi di sezione. «Altrimenti la scissione sarebbe già stata nei fatti», spiega ai suoi il segretario. Che spera che se poi le amministrative andranno bene per i Ds e l’Ulivo, sarà più difficile per la sinistra rompere. A dissociarsi, paradossalmente, oltre agli esponenti della «terza mozione» di Angius, sono stati diversi esponenti della maggioranza fassiniana, da Cabras a Morri a Visco, dai toscani Manciulli, Martini e Filippeschi alla vicecapogruppo alla Camera Marina Sereni, che sedeva alla presidenza col segretario, il presidente e il coordinatore Migliavacca. E D’Alema si è seccato: «Chi siede a questo tavolo non può astenersi», l’ha ammonita.
D’altronde era stato proprio il ministro degli Esteri, in mattinata, a perorare la causa di un’intesa con il Correntone. Non sapeva, D’Alema, che i microfoni erano aperti quando si è rivolto a Fassino prima dell’inizio della direzione: «L’importante è trovare un accordo sulle regole, non apriamo una discussione politica e se ci chiedono il voto segreto concediamolo, anche se la richiesta è stravagante». La sera prima della direzione, maggioranza e minoranza del partito erano a un passo dalla rottura totale, con il Correntone che minacciava di disertare il congresso se il segretario avesse continuato a respingere in blocco le loro richieste: rinvio del congresso a dopo le amministrative, voto segreto nelle sezioni su mozioni e candidati segretari.
Fassino aveva annunciato di essere pronto a concedere solo il voto segreto sul segretario, nella convinzione - spiegavano i suoi - che i voti che sarebbero venuti a mancare sul suo nome avrebbero potuto essere compensati da quelli provenienti dalla mozione Angius, che aveva previsto di non presentare un proprio candidato. E che questo avrebbe ridotto il divario tra la percentuale raggiunta dalla mozione di maggioranza, firmata anche da D’Alema e Veltroni, e la percentuale di Fassino. «Così non possiamo starci», minacciavano Salvi e Mussi. E ieri mattina presto il segretario ha cercato di correre ai ripari, riaprendo la trattativa col Correntone.
La direzione slitta perché Mussi è bloccato a Torino dalla nebbia. Fassino si incontra con Gianni Zagato, coordinatore del Correntone, per capire se si va alla rottura. «Dipende da cosa ci proponete voi: certo se oggi siamo costretti a votare contro le regole del congresso sarà poi difficile parteciparvi». Il segretario ha spiegato che «ovviamente il rinvio del congresso è inaccettabile», ma che sul voto segreto si poteva arrivare ad un compromesso. E poi ha riunito la segreteria: «Non possiamo permetterci di essere attaccati per non aver cercato il massimo di convergenza sulle regole in una fase così delicata, in cui siamo esposti su tutti i fronti», ha detto ai suoi, aggiungendo che D’Alema spingeva per concedere il voto segreto. In molti sono insorti: «Non possiamo fare mediazioni su questioni di principio, non si è mai visto un voto segreto sui documenti politici: sarebbe come ammettere che i nostri iscritti non sono liberi», ha detto Cabras. Contrari anche la Sereni, il segretario campano Amendola, Silvana Amati. Ma Fassino, nonostante le obiezioni, è andato lo stesso alla trattativa con Mussi.
La direzione inizia tardi e male: la prima a prendere la parola è la deputata vicentina Lalla Trupia, per annunciare la propria «autosospensione» dal partito dopo il sì alla base Usa. A seguire, commemorazione funebre di Alma Cappiello e un minuto di silenzio in segno di lutto. Poi parla Fassino, e suona l’allarme per serrare le fila: «Non siamo un partito allo sbando come ci dipingono i giornali, c’è un evidente tentativo di delegittimare i ds», da parte di chi (Prodi? Rutelli? I poteri forti?) «pensa che il Partito democratico nasce meglio se i ds entrano in crisi. Non possiamo accettare». D’Alema tace, Veltroni (che aveva fatto sapere che avrebbe partecipato) non si fa vedere in direzione. Si tiene lontano dal dilaniamento interno, e aspetta il suo turno, come fanno capire i suoi: «Quando sarà il momento delle primarie per il leader del partito democratico, allora Walter scenderà in campo».