Voto Ulivo ma dico: basta

Centrosinistra incapace di vincere e convincere. Come l’Inter. Hai voglia a dire, hai voglia di far finta di festeggiare. Le elezioni non le abbiamo vinte. Se avessimo un pizzico, solo un pizzico del senso della decenza e delle istituzioni che pure da piccoli ci avevano insegnato ad avere, ammetteremmo l'ovvio: ci siamo mangiati otto punti di vantaggio, per una fase finale della campagna elettorale confusa e disastrosa sul tema del fisco.
Oggi siamo nettamente sotto al Senato (solo la tanto vituperata legge elettorale ci salva) e alla Camera si vince per un niente. Il minimo che Piero Fassino dovrebbe dire, questo segretario che ha portato i Ds ad un risultato umiliante, è: «Scusate, mi dimetto». E il curato di campagna, bollito come non mai, Romano Prodi, dovrebbe aggiungere: «Sono vecchio e stanco, all'età mia si va in pensione. Adesso ci vado». Massimo D'Alema, quello che a metà pomeriggio di ieri annunciava una «vittoria schiacciante», dovrebbe ammettere: «Non ne azzecco mai una». Alfonso Pecoraro Scanio, che ha superato il quorum alla Camera di uno 0,05, dovrebbe annunciare l'addio alla politica. No. Questi qui dicono che hanno vinto. Non si rendono conto di far passeggiare l'Italia sull'orlo di un baratro se non ammettono quel che è realmente accaduto. Cioè che governeremo, se va bene, grazie al voto di Giulio Andreotti, Emilio Colombo e Rita Levi Montalcini.
Non c'è stato neanche un passaggio di autocritica nella lunghissima nottata elettorale. Neanche uno. Allora ve lo dico io, semplice elettore ulivista: cari dirigenti, gestite al meglio il passaggio che porta a nuove elezioni, tanto lì si va a finire. E se osate ripresentarvi a quella tornata elettorale, vi prendiamo a selciate, incapaci che non siete altro. Siete come l'Inter. Prodi è il nostro Moratti, D'Alema il nostro Adriano. E pure se per noi tifa tutta la bella gente (Paolo Mieli e Luca Cordero di Montezemolo, pure loro abbiamo inguaiato), lo scudetto con voi non sarà mai nostro.
Il partito democratico, sì, subito. A una condizione. Non lo possono fare loro. Non ci riproponete il parroco settantenne che voleva festeggiare alle sei di pomeriggio. Non il marinaretto che vedeva vittorie schiaccianti. Non il segretario del Partito comunista torinese di trent'anni fa. Neanche il vecchio Signor Hood (e chi vuole capire, capisca, riascoltando un De Gregori di trent'anni fa). E non può decidere tutto un Ingegnere un po' decrepito che se ne va sempre in giro in barca ed è invidioso del Cavaliere.
Il partito democratico lo facciamo, ma lo facciamo noi: a questo punto la questione generazionale diventa questione politica. Perché tra le ragioni di questa finta vittoria numerica e vera sconfitta politica, dati i punti di partenza, c'è anche di non aver suscitato un'idea nuova che è una. E questo è un problema o no? Nel 2007 si finirà per rivotare e se non ci inventiamo subito qualcosa le destre ci asfaltano e non ci rialziamo più.
* dal blog www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it