Voto Usa, i problemi locali più forti della guerra

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Il dato del giorno non è un sondaggio e non è neanche una dichiarazione di Bush: è un bollettino medico. Un pezzo di carta in cui si attesta che Michael J. Fox era sotto medicazione per il morbo di Parkinson il giorno in cui si è presentato in tv per denunciare il ritardo cui i repubblicani sottoporrebbero gli esperimenti per una cura estratta dalle cellule staminali. Tremava Fox, come accade a quegli ammalati in un certo stadio. Tremava troppo, aveva eccepito un famoso columnist radiofonico conservatore, Rush Limbaugh, faceva scena per aiutare il candidato democratico al seggio nel Missouri. Era sotto medicazione, ha confermato ieri il suo medico curante.
Una campagna elettorale si può decidere e condurre con argomenti così? Nel 2006 potrebbe anche accadere, perché il Missouri potrebbe essere lo Stato decisivo per il controllo del Senato e la «guerra staminale» è fra gli argomenti che nutrono una polemica più generale, lo scontro fra il «rigorismo etico» dei repubblicani e il «pragmatismo scientifico» dei democratici. Il seggio del Missouri sembrava sicuro per il partito di Bush fino all’intrusione di questo elemento. Proprio come pareva imbattibile il candidato democratico nel New Jersey fino a quando nella campagna non è intervenuta l’attesa di una sentenza della Corte Suprema di quello Stato sulle nozze gay. In questo caso l’esito potrebbe essere capovolto a vantaggio dei repubblicani.
È l’eterna contraddizione delle campagne elettorali Usa, specie negli anni dove non è in palio la Casa Bianca. Non è una elezione nazionale come la intendiamo noi: sono, per limitarci ai dati parlamentari, 468 gare separate, tutte locali, 435 per la rielezione dell’intera Camera, 33 per un terzo del Senato. I problemi locali determinano di regola le scelte degli elettori, tranne gli anni in cui una «issue» nazionale erompe in primo piano. Nel 2006 potrebbe essere un plebiscito non su Bush come si dice comunemente, bensì sull’Irak. E i sondaggi, variegati in altre occasioni, indicano che una larga maggioranza dà un giudizio negativo. Ci sono ancora 38 americani su 100 convinti che l’iniziativa bellica contro Bagdad sia stata «una buona idea»; 62 su cento pensano oggi il contrario. L’Irak è il principale motore elettorale per i democratici, che però si guardano bene dal proporre soluzioni alternative, un po’ perché a questo punto non ce ne sono, un po’ per il timore di esporsi all’accusa di «disfattismo», che gli costò molto cara nel 2004. Giudicano più prudente limitarsi a enumerare le difficoltà e gli errori, che Bush in parte ora riconosce, ma senza deflettere dagli impegni presi. L’opposizione, allora, lo «bombarda» a più vasto raggio, compresi argomenti assai più discutibili (come le critiche veementi a una conduzione dell’economia che in complesso ha dato buoni risultati) o di effetto emotivo, ultima la cura del Parkinson.
Una serie di competizioni «locali» subisce così l’influsso di argomenti strategici o addirittura «teologici», con il risultato di rendere ancora più difficile il pronostico. La sola cosa sicura è che i democratici su scala nazionale avranno stavolta più voti dei repubblicani, ma ciò non si tradurrà automaticamente nella conquista della maggioranza in Congresso. Che probabilmente cambierà alla Camera, dove è sufficiente che cambino campo 15 deputati sui 40 seggi in palio. In Senato la maggioranza repubblicana è più solida: cento senatori in tutto, 55 contro 45 in questo momento. Trentatré seggi sono in palio il 7 novembre, 18 democratici e 15 repubblicani. I democratici dovrebbero essere sicuri di riconquistare tutti i loro, tranne uno, e quindi arrivare a 44; i repubblicani ne avrebbero «in tasca» 8, per un totale di 48. Sette invece sono in pericolo: Missouri, Montana, Ohio, Pennsylvania, Rhode Island, Tennessee, Virginia. I democratici debbono conquistarne 6 se manterranno il New Jersey, tutti e 7 in caso diverso. Va notato che un eventuale pareggio, 50 a 50, equivarrebbe a una vittoria repubblicana, perché diventerebbe decisivo il voto del vicepresidente Cheney.