V.S. Naipaul, un tradimento da premio Nobel

Lo scrittore: dal ’58 alla
morte della prima moglie,
nel ’96, frequentò molte
prostitute e un’amante. "«Lei ha sofferto
molto. Si potrebbe
dire che l’ho
uccisa", confessa
al suo biografo
Patrick French<br />

Matteo Sacchi

Lui tradisce lei, lei soffre terribilmente e questo dolore, probabilmente, ne anticipa la morte. Sicuramente rende i suoi ultimi giorni infinitamente più tristi. Lui poi si accorge che «l’altra» da sola non basta, la lascia, sente rimorsi, si consola con un’altra ancora. La vicenda, sfrondatadagli orpelli del sentimento, ridottaamanciata di parole, atramasenzaordito,sembra un canovaccio - frusto - da romanzone ottocentesco in odor di bovarismo. Però no. È vita vera, ed è la vita di sir Vidiadhar Surajprasad Naipaul, premio Nobel 2001 per la letteraturae orgoglio della cultura indiancaraibico- britannica.

Così il «pasticciaccio », ammesso e commentato dallo stesso colpevole, riempie le pagine dei giornali di Sua Maestà britannica, a partire dal Daily Telegraph che da oggi pubblicherà a puntate la biografia di sir «Vidia», scritta da Patrick French, scrittore emergente che ha avuto accesso agli archivi di Naipaul, e ne ha spulciato le carte, oltre ad aver intervistato questo monumento vivente delle lettere. I fatti sono semplici.

Il Nostro, giovane scrittore e figlio di scrittore, lasciata Trinidad approdò a Oxford con una borsa di studio. Lì conobbe e sposò quasi subito, nel 1955, Patricia Hale, ragazza graziosa e schiva. Nel frattempo arrivarono le prime collaborazioni con i quotidiani, un programmaper la Bbc e il successo dei romanzi, come Miguel Street, ambientati nella Trinidad anni Quaranta. E che sia stato il peso del successo e degli impegni da penna emergente o il normale involvere di una vita di coppia, le cose, tra i due, iniziarono a incrinarsi. A meno di non voler considerare un brutto segno, e non una stramberia da genio letterario, il fatto che Naipaul si fosse rifiutato, sin dall’inizio, di comprare a Patricia un anello di nozze.

Sia come sia, negli anni Sessanta Patricia e Vidia sembrano ormai avere pochissimo da spartire. Naipaul dal 1958 ha iniziato a frequentare il giro della prostituzione londinese. Lo faceva di pomeriggio, negli orari in cui la moglie era a scuola a insegnare. In uno dei 24 diari di lei, conservati all’università di Tulsa (a cui Naipaul ha venduto tutto il proprio archivio) si legge: «Vidia mi ha detto che non si è più divertito nel fare l’amore con me dal 1967». Nel 1972 lo scrittore si era poi innamorato di una donna sposata: Margaret Gooding. Approfittava dei suoi lunghi viaggi-reportage per passare il maggior tempo possibile con lei. Il tutto senza far nulla per nascondere alla moglie la situazione, senza avere il coraggio di troncare nessuno dei due legami. Patricia era, infatti, preziosa per Naipaul: lo assisteva nei difficili momenti di stesura dei suoi libri. Lei, dal canto suo, lo adorava e non ebbe mai il coraggio di allontanarsi: ridotta a una specie di cameriera-assistente si imbottiva di Mandrax, un potente calmate.

Non bastando queste angherie, lo scrittore pensò bene di dichiarare al mondo, in un’intervista del ’94 (due anni prima della morte di Patricia), la propria passione per il sesso a pagamento. Proprio in quel periodo la moglie aveva appena subito una mastectomia e saputo di essere malata di cancro. Ed è per questo che raccontandosi, facendo i conti con la propria vita, Naipaul adesso dice: «Ha sofferto. Si potrebbe dire che l’ho uccisa io, si potrebbe dire cosi... Io comunque mi sento un po’ in questo modo». Ma anche per la Gooding la vicenda non si è chiusa bene. È stata lasciata contestualmente alla morte di Patricia, mentre due mesi dopo la scomparsa Naipaul era già sposato con Nadira Khannum Alvi, una giornalista pakistana.

Andando oltre il canovaccio enunciato sopra, però, questa storia triste diventa qualcosa di più di una trama da operetta. È la confessione di una colpa, ma soprattutto di un’inadeguatezza ai rapporti umani, a trovarsi un posto stabile e chiaro, nel mondo e nei sentimenti. Lo scrittore fa i conti con l’aver ferito intenzionalmente chi aveva vicino e di averlo fatto non potendo agire diversamente. Questa inadeguatezza è in tutti i romanzi di V.S. Naipaul, romanzi dove ogni dettaglio, in fondo, sembra gettare radici nell’autobiografia. Così forse rileggendo adesso un passaggio di La metà di una vita lo si capisce meglio: «Una mia amica sostiene che con gli indiani può succedere... Non pensano di doversi impegnare. Mio nonno ricordava sempre a mio padre: “soddisfa prima la donna. Poi pensa a te”. Immagino che a te non l’abbia detto nessuno». Forse a Naipaul l’hanno detto, ma a volte è difficile separare la letteratura dalla vita. E nessuno perdona agli autori ciò che si perdona ai personaggi.