Vulcanico, eretico e santo Così non l’avete mai visto

Escono dagli archivi le carte personali dello scrittore milanese

Una voce libera e perciò scomoda. E un personaggio profondamente scomodo, e per questo davvero libero. Giovanni Testori detestava la parola intellettuale, non si sarebbe mai riconosciuto in un «ruolo» del genere, eppure proprio per questo lo incarnò perfettamente. Anzi, in sé unì l’intellettuale (colui che riflette sulle cose) e l’artista (colui che le crea).
Drammaturgo, poeta, pittore, regista, storico dell’arte, critico, giornalista: chi l’ha conosciuto bene sa com’è difficile, «complicato», approcciare l’opera e la personalità di Testori. Giovanni Raboni, alla sua morte, nel 1993, scrisse: «La cultura italiana avrà un bel da fare, nei prossimi anni e decenni, se vorrà saldare tutti i conti che ha in sospeso con Giovanni Testori, se vorrà rimediare a tutti i peccati di superficialità, di incomprensione, vera o simulata, di omissione colposa o dolosa che ha commesso nei confronti della sua figura e della sua opera... Quella di Testori è una storia di scrittore e d’artista che non ha probabilmente l’uguale, qui da noi, per complessità di motivi e per complessiva altezza di risultati, negli ultimi decenni di questo secolo».
Segreti di Milano, e segreti di Testori. Da oggi, ce n’è qualcuno in meno. Forse ora sarà un po’ meno «complicato» avvicinarsi a questo intellettuale-artista per il quale non c’era differenza tra vita e opera, uno per il quale «Esistere è una vocazione». Grazie a Paola Gallerani - storica dell’arte e da poco fondatrice insieme a Marco Jellinek della case editrice milanese Officina Libraria - vede la luce un «pezzo» dell’immenso archivio privato dello scrittore, già ereditato dal compagno Alain Toubas e successivamente acquistato dalla Regione Lombardia e depositato presso la Fondazione Mondadori. Un tesoro che comprende più di cento quaderni manoscritti, il catalogo dei suoi dipinti, oltre 5mila fogli sciolti manoscritti e dattiloscritti di prime stesure e rielaborazioni successive, 270 volumi pubblicati in tutte le traduzioni, centinaia di articoli... Un materiale preziosissimo da cui Paola Gallerani ha «estratto» una manciata di fogli, raccolti sotto lo stesso titolo che Testori usava per personalizzare i propri quaderni d’appunti, i vecchi registri contabili della cartotecnica De Magistris con la copertina blu e l’etichetta bianca: Questo quaderno appartiene a Giovanni Testori (Officina Libraria, pagg. 148, euro 24, postfazione di Fulvio Panzeri).
È un libro-documento che racconta, attraverso le riproduzioni di disegni, documenti, lettere, biglietti e pagine d’appunti, la vita «intima» e le opere che c’eravamo perse dell’autore dei Segreti di Milano: ad esempio - tra i tanti inediti riportati alla luce dalla curatrice - un dialogo poetico fatto di ragli e muggiti tra l’asino e il bue nella grotta di Betlemme a proposito della cometa che sta arrivando; il soggetto per un film che avrebbe dovuto intitolarsi La mostarda di Cremona; e poi le prime stesure e i materiali di lavorazione delle sue opere più celebri, addirittura il disegno hitchcockiano con la dislocazione degli abitanti del Fabbricone, uno dei suoi romanzi più noti, con accanto a ogni finestra i nomi dei vari personaggi. E ancora: gli indici fatti e rifatti della Gilda del MacMahon, mentre qua e là affiorano le dediche d’amore al suo compagno, l’attore Alain Corot, al secolo Toubas, conosciuto nel 1959, e gli schizzi erotici che affollano le pagine dei Trionfi; e poi lavori teatrali ignoti come La Peste a Milano o la scandalosa invettiva in versi contro Luchino Visconti reo di aver escluso l’amato Alain dal suo Ludwig, pagine restate nei cassetti insieme a un adesivo del Wwf di Macugnaga (dove lo scrittore passò molte estati), la raccolta di racconti Infera Mediolani sul disfacimento di una città, tre poemetti dedicati alla sua famiglia e una lettera in versi all’amico Giorgio Soavi: «... Alla Barona, ai bordi di Milano./ Al caldo e al freddo stiamo lì, noi tutti, belli/ O brutti si sia, nel grande quadro,/ Sulle cui cuspidi con volo leggiadro/ E con nostra collettiva gioia/ Di santi, di angeli, di troie,/ Sempre più fitti si van posando alati/ Vivaci, mirabili uccelli/ Grandiosamente depravati...».
Pagine imprevedibili, pagine rivelatrici di come lo scrittore lavorava e di come si valutava (ad esempio il piano della propria opera omnia), pagine anche illeggibili (aveva una scrittura orribile), pagine nel complesso che svelano agli stessi studiosi e ai semplici lettori un Testori vulcanico, totale, perennemente irregolare, «involontario» e quindi più vero. Libero e scomodo. Nel suo modo di vivere l’arte, l’omosessualità, la fede, il cattolicesimo, la malattia, la vita stessa.
«Mi hanno insultato e deriso. Mi lasciano da parte come un appestato. Sono scomodo per i comunisti, per i ricchi, per i cattolici, tutti bravissimi nel farmi pagare... Ci mancava che mi avvicinassi a Comunione e liberazione perché divenissi infetto», scrisse nel dicembre del 1991, già aggredito dal cancro. Morì un anno e pochi mesi dopo, all’ospedale San Raffaele di Milano.