«W L’ITALIA» QUANDO L’INCHIESTA FA CENTRO

Una volta all'anno o giù di lì, quasi una media da Daniele Piombi, ricompare in tv Riccardo Iacona con le sue inchieste giornalistiche ben fatte, coinvolgenti, dotate di uno stile riconoscibile (virtù di chi ha talento) e che viaggiano sempre, come è destino di ogni reportage, sul sottile filo della possibile strumentalizzazione politica, vizio antico in un paese come il nostro in cui ogni discorso sulla qualità di un reportage è troppo spesso subordinato all'ossessione del «cui prodest?». Va detto subito che almeno in queste prime due puntate di W l'Italia (domenica su Raitre, ore 21), che avevano per argomenti il problema della casa e quello della sanità, buttarla in politica secondo la riduttiva logica degli attuali schieramenti sarebbe un esercizio forzato perché sia la questione degli sfratti sia le magagne della sanità pubblica sono problemi di vecchia data, che vengono da lontano e coinvolgono reponsabilità trasversali a qualsiasi ideologia. Il merito di Iacona è di saper calare nella viva pelle delle dolorose esperienze personali l'atavica incapacità politica di risolvere problemi decennali, accostando la genericità di intoppi risaputi e periodicamente denunciati (mancanza di strutture sanitarie adeguate, ospedali già costruiti da decenni ma inutilizzati, burocrazia soffocante, sprechi di risorse pubbliche, superficialità organizzative e responsabilità individuali) al racconto di come queste magagne incidono volta per volta, caso per caso, sulla vita dei cittadini. Sono inchieste dure, toccanti, narrate con la volontà di scuotere più che denunciare, perché i mali italici sono risaputi ma la possibilità di farvi fronte passa anche dalla capacità collettiva di indignarsi identificandosi nell'angosciante realtà dei casi singoli più che nella generica e fredda contabilità delle cose che non funzionano. Il pregio maggiore di Iacona è nel tono con cui conduce queste incursioni nel tessuto sociale. Un tono fermo ma non petulante, secco nel porgere le domande che vanno fatte a chi di dovere ma senza supponenza, partecipe della sofferenza incontrata ma rifuggendo dalla tentazione di servirsene per bassi scopi demagogici o per recitare la parte del vendicatore di ingiustizie. Ottima anche la risposta del pubblico, specie in considerazione del fatto che il genere televisivo dell'inchiesta è stato a lungo considerato adatto al target più riflessivo della seconda o terza serata piuttosto che a quello della prima. Ma questo pare ormai un luogo comune destinato a sfaldarsi, un retaggio di antiche convinzioni superate dalla realtà dei fatti. Quando ci sono buone inchieste gli spettatori ormai accorrono, senza bisogno di costringerli alle ore piccole.