Wagner domina il tempo La Meier è una Isotta che esalta e commuove

In scena personaggi in abiti contemporanei Barenboim e Chéreau premiati anche dalle luci di Couderc

Nel buio si alza la prima frase dell’orchestra: lenti e languenti i violoncelli, accolti subito dagli strumenti a fiato e ripiegati in una domanda. Era per Wagner il primo fondamento d’una lenta costruzione, un mondo d’armonie al limite del linguaggio possibile che per quattro ore si sarebbe rivelato fino a consumarsi; e per noi suona invece come un segno decisivo dalle prime battute: accettare o rinunciare, lasciare tutto ed entrare nell’universo dove l’amore cresce immisurabile nella prigionia del dolore. Barenboim dall'inizio sembra stare dalla parte di Wagner: vuole attenzione alle idee, pazienza, con una particolare delibazione dei suoni, e fino all'ultimo difatti li cercherà con alchimie da brivido, come sollevamenti arcani, come soffi materici o voci umane, estenuati ricordi della stessa musica che prima si era accesa.
Si apre il sipario, e c’è forse una nave. Non lo capiamo subito, c’è un muro antico grigio da cui sembra quasi uscire un’ampia e tozza e pur solenne imbarcazione. E una voce d’uomo giovane che dovrebbe arrivare dall'albero maestro pare nascere chissà dove, lontanissima. A fatica mettiamo a fuoco quanto avviene fra i marinai insolenti e la sdegnata principessa Isotta, se vogliamo partecipare non ci sono né allettamenti di immagini fascinose, né frasi o movimenti destinati a noi, per invitarci. Tutto si sta già svolgendo da chissà quando. Soltanto dopo molte scene ci renderemo conto che i personaggi sono vestiti in abiti del nostro tempo, o meglio anche del nostro tempo, e ognuno come casualmente.
Barenboim e Chéreau, direttore e regista, hanno scelto questa strada, fra le infinite possibili, un mondo che si materializza, anzi si svela nella tensione delle anime ingombrate dalle materia, e aspetta dalla musica e da noi una definizione concreta.
Tristano, che dovrebbe condurre Isotta in sposa al re di Cornovaglia e Isotta che pensa di odiarlo si attraggono, si feriscono con le parole, si uccidono senza riuscirci e approdano, con il filtro che credevano di morte, all'amore, assoluto, senza scelte, come unica verità. Allora si avvinghiano in un abbraccio, a tutti e tutto indifferenti e la sensualità non è attrazione e desiderio, è solo compimento e voluttà di morte, se morte è sola condizione per essere una cosa sola. Tutta la storia sarà vissuta così: presenze statiche intensissime, e, se l'azione esplode, furia violenta dei gesti, quasi senza respiro, dove le voci si liberano e l'orchestra può anche arrivare a lunghi strappi dolorosi.
Barenboim e Chéreau questa strada l'hanno percorsa insieme, con concordia e coerenza, cui partecipano la magica non importanza dei costumi di Moidele Bickel, la suggestione delle luci non narrative e non funzionali di Bertrand Couderc e la sapienza di accostare elementi d'ogni epoca e portarli fuori da un tempo preciso ma non dalla storia, di Richard Peduzzi: ogni istante porta il segno inconfutabile d’una precisa verità.
Con questo senso della verità l'orchestra suona mirabilmente, il coro è autorevole nei brevi interventi; e tutti cantano e ognuno dà quello che può. Vocalmente e come presenza sembrano gli unici possibili personaggi. Un Kurnewal dal passo insieme impacciato e deciso, alto, magro, scarmigliato all'insù, voce raccolta e insieme generosa, come Gerd Grochowski, dove lo avremo incontrato mai, nella nostra esistenza, che ci sembra di riconoscerlo? Perché nella presenza imponente e nel timbro vocale ancora pieno che Matti Salmimen dà al Re, già durante la sgridata insopportabile a Tristano che l'ha tradito, senza che nulla venga espresso, sentiamo la densità d'un dolore che lo porterà alla comprensione e al perdono? Come non leggere nella vocalità composita di Michelle De Young, Brangane l’ancella di Isotta, lo sgomento di chi ha acceso scambiando i filtri una passione che ora non sa più come proteggere? Anche Ian Storey, così arduamente impegnato nel raggiungere con la sua voce importante il possesso d’una parte che affronta per la prima volta, cerca insieme al suo personaggio, e ne esce un Tristano guerrierone sincero e ricco di tumulti e pensieri, slanci e sgomento.
Waltraut Meier è Isotta: non avevo udito mai né mai visto come in lei il teatro e la musica di Wagner in quest'opera farsi rivelazione piena, ricca, innocente: nell'orgoglio furente dell’amore come nella sfinitezza, sempre portando il gesto e la parola e i volumi e i colori della voce come necessità.
Quando intona il finale canto d’amore su Tristano morto, lasciata dal regista crudamente e genialmente nel punto, nella situazione, nella luce casuale di dov’era e com’era, quasi in un inatteso realismo, resta in piedi, le braccia appena aperte, ferma, e il canto è visione e passione che giustifica e purifica: noi sappiamo che tra poco applaudiremo e grideremo tutti, ma vorremmo restare a lungo in piedi fermi con lei finché il tempo, chissà quale tempo, non sia compiuto.