«Wagner alla Scala» Ritratto inedito in 134 pagine

«Eravamo orgogliosi di essere milanesi, fieri di vivere nella città della Montecatini, dell'Edison, della Falk, della Breda, della Pirelli, della Magneti Marelli, una città che continuava a crescere ed era ben vista all'estero. Una sensazione condivisa anche da chi veniva da fuori. Indro Montanelli aveva ragione a scrivere che milanesi non si nasce, ma lo si diventa».
Carlo Tognoli riassume così il clima degli anni Sessanta nella città dove è nato, quando, iscrittosi al partito socialista, iniziò una carriera politica che lo avrebbe portato a divenire deputato, membro del Parlamento europeo, più volte ministro, sindaco di Milano dal 1976 al 1986 e adesso Presidente della Fondazione Ospedale Maggiore di Milano.
Tognoli ricorda l'impegno per dare un ruolo internazionale alla città. «Il sindaco Ferrari aveva sostenuto la candidatura di Milano a sede della Comunità Europea, nata da poco, e del suo Parlamento. I paesi che facevano parte della nuova istituzione giudicavano positivamente la forte espansione di Milano, analogamente a quanto avvenne nei primi decenni del Novecento. Ci vedevano con simpatia, ma avevamo, però, perso la guerra ed una nostra scelta appariva difficile. Ferrari aveva persino fatto costruire un eliporto con la pista a terra in via Restelli (poi demolito) per rafforzare la posizione della città. Non ho dimenticato - aggiunge sorridendo - la gran polvere provocata dall'atterraggio degli elicotteri... Non solo. Il palazzo delle Stelline, in corso Magenta, fu ristrutturato con l'obiettivo di dar vita a una scuola di alta formazione per i manager europei, un progetto fallito a causa dello scenario di violenza che avrebbe colpito Milano negli anni Settanta».
La fisionomia urbanistica stava cambiando allora il volto della città, il grattacielo Pirelli, i nuovi quartieri popolari. Eravamo in pieno boom economico.
«Il primo grattacielo fu il "parallelepipedo" in viale Tunisia, che suscitò polemiche essendo più alto della Madonnina, poi venne il Pirellone. Fu la stagione dei grandi quartieri di edilizia popolare: il Gallaratese, Gratosoglio, Quarto Oggiaro… Poi vennero le scuole, necessarie per il flusso di immigrati provenienti dal sud. Più gente arrivava, più scuole occorrevano. Non dimentichiamoci che, all'inizio degli Anni Sessanta si effettuavano ancora i doppi turni delle lezioni, uno alla mattina e l'altro al pomeriggio».
Cosa le piaceva fare nei momenti liberi?
«Pochi, per la verità, dal momento che lavoravo come chimico, frequentavo la Bocconi, che non ho potuto completare e mi dedicavo alla politica. Quando potevo, appassionato come sono di arti figurative e di architettura, visitavo le chiese di Milano. Mi recavo spesso a teatro. Ricordo El nost Milan di Bertolazzi, Le Baruffe Chiozzotte di Goldoni con Carla Gravina e Lina Volonghi, I giganti della montagna di Pirandello con Valentina Cortese, Galileo di Brecht interpretato da Tino Buazzelli. Al teatro Lirico potei assistere a una straordinaria serata con Duke Ellington e al Teatro Nuovo, gestito da Remigio Paone, grande amico di Nenni, un bellissimo recital di canzoni di Yves Montand».
Non ha mai avuto la tentazione di frequentare i night-club dove allora era di moda lo striptease?
«No, ero giovane. Andavo però a ballare volentieri il twist, anche se non sono mai stato un bravo ballerino, al Piper, il locale alla Triennale. Spesso giungeva Gianni Rivera ed anche noi interisti lo guardavamo con entusiasmo».
Seguiva la sua Inter - l'Inter di Herrera - anche allo stadio?
«Di Herrera, di Sarti, Burgnich. Facchetti, Suarez, Jair, Boninsegna, Corso, Guarneri... Come no! Una squadra fantastica»
Veniamo ai suoi ricordi politici. La sua frequentazione con Craxi, l'esperienza socialista...
«Ho avuto una grande passione per la politica che allora veniva fatta senza la risonanza televisiva odierna, una politica di comizi, proselitismo, di contatti diretti con gli elettori e anche di pesanti insulti degli operai fuori dalle fabbriche che accusavano i socialisti per essersi staccati dai comunisti, motivo per la quale mi ero iscritto al partito nel 1958. Il mio primo incarico - consigliere comunale a Cormano - me lo affidò Craxi... ».
Come lo ricorda?
«Non era un decisionista, dal carattere brusco, come lo hanno descritto. Al contrario possedeva il grande pregio della pazienza e ci insegnava molto. Si capiva che sarebbe stato un cavallo vincente. Era entrato nel Comitato centrale del Partito fin da giovane nel 1957, ed era un autonomista, come sarebbe divenuto Nenni. Il primo centro sinistra nacque a Milano in Comune e Craxi ne fece parte nella giunta del sindaco Gino Cassinis, il rettore del Politecnico. Vorrei ricordare un altro episodio. Per molti socialisti la figura di Kennedy rivestì un particolare interesse, così come il presidente degli Stati Uniti guardava a noi con simpatia (avrebbe anche incontrato Nenni a Roma). Craxi sottoscrisse un documento chiamato "Verso una nuova frontiera" che si richiamava alle parole di Kennedy e per questo fu rimproverato dalla nostra direzione, ma non da Nenni».
Veniamo al Sessantotto.
«Non ho condiviso la contestazione studentesca, il suo carattere marxista-leninista e fazioso. Perfino Nenni, durante un comizio, ricevette dei fischi. Il clima degli anni Sessanta fu definitivamente stravolto però da piazza Fontana, nel 1969. Quel tragico venerdì ero andato a prendere Craxi che giungeva in aereo da Roma e, nel tragitto da Linate alla città, lo informai su quanto era accaduto. Dopo d'allora Milano avrebbe attraversato momenti terribili».