Waits, Kravitz e Peppers: quanta voglia di passato

E chiamatela retromania, come piace a Simon Reynolds. Oppure pigrizia di ispirazione o meglio, se volete, paciosa autoreferenzialità. Però da qui non si scappa: i nuovi singoli di Tom Waits, Lenny Kravitz e Red Hot Chili Peppers hanno tante tracce di passato. Del loro passato. O di quello di altri.
Insomma, vediamo chi può negare che il singolo Stand di Lenny Kravitz (dal cd Black and white America in uscita in questi giorni su Roadrunner) non abbia una gran voglia di Kiss, sì il gruppo che dal 1973 si pittura il volto e ha pennellato pure l’identikit dell’hard rock americano. Va bene, a Lenny Kravitz, anche se lo ammette a stento, quel tipo di suoni (e quelli di Cheap Trick, per dire) piace assai, specialmente in chitarra e batteria. Però usare una «seconda voce» che sembra tale quale quella di Paul Stanley, stessa inflessione stessi acuti, è realmente un omaggione alla megaband al punto che potrebbe essere facilmente scambiato per un brano rimasterizzato e riarrangiato di Hotter than hell del 1974.
Idem per i Red Hot Chili Peppers, anche loro freschi freschi di nuovo cd I’m with you. Il singolo The adventures of rain dance Maggie (peraltro mostruosamente trasmesso dalle radio) è un omaggio superlarge: ma a loro stessi e alla loro storia quasi trentennale. Va bene che Flea pompa il suo basso più del solito neppure fosse nei Funkadelic di George Clinton, ma le linee melodiche e l’armonia ricordano così tanto il marchio di fabbrica dei Peppers da diventarne quasi un rapido riassunto. Ecco qui che cosa siamo, insomma. Perfetto da apripista, un po’ meno come biglietto da visita.
E poi Tom Waits. Lui, d’accordo, non ha bisogno di biglietti da visita ed è al di sopra di ogni sospetto. Unico. Però il singolo Bad as me, che anticipa l’album omonimo in uscita a fine ottobre, ha un bel po’ di «retromania», altro che. I più sofisticati riconoscono subito le stesse atmosfere di Swordfishtrombones del 1983, il primo disco che Waits si produsse da solo: risultato magro nella classifica americana (arrivò al massimo al 164esimo posto) ma giustamente gigantesco nella stima di pubblico e critica visto che nel 1989 Spin lo piazzò addirittura al secondo posto nella lista dei migliori dischi di tutti i tempi. Stavolta, come spessissimo da Rain dogs del 1985 in avanti, le chitarre sono dello spaziale Marc Ribot ma la sostanza non cambia: Bad as me potrebbe saltar fuori da un qualsiasi vecchio disco di Tom Waits, perlomeno da quando ha questa voce così cavernosa. Niente di male, sia chiaro. Ma a furia di innestare la retromania spesso si finisce in folle.