WALLACE L’uomo che non fu Darwin

Una biografia riscopre il naturalista inglese che in un’isola sperduta delle Molucche ebbe la stessa idea contenuta nell’«Origine delle specie»

Nella casa di Old Orchard che lui stesso disegnò, c’era una grande mappa del Dorset, la regione dell’Inghilterra in riva alla Manica dove aveva deciso di ritirarsi. Una scala, fiancheggiata da quadri di orchidee, le regine della flora selvaggia in mezzo alla quale, cinquant’anni prima, aveva trascorso tanto tempo. E intorno, né vialetti né prati, ma abeti spontanei, felci, sempreverdi e piante tropicali in gran numero, e uno stagno selvatico e irregolare. A Old Orchard, Alfred Russell Wallace avrebbe trascorso gli ultimi vent’anni della sua vita. A Old Orchard si spense, a novant’anni, nel 1923, quello che sarebbe rimasto per sempre negli annali scientifici come «l’altro uomo» che scoprì la selezione naturale. Oltre a Darwin, naturalmente.
In L’uomo che gettò nel panico Darwin. La vita e le scoperte di Alfred Russell Wallace (Bollati Boringhieri, pagg. 242, euro 24), Federico Focher, ricercatore nell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia, dissotterra con stile fresco e brillante la pepita di una storia quasi inedita per i non addetti ai lavori. Quella del precursore del darwinismo, audace quanto spontaneo, arguto, originale, indipendente e molto, molto «inglese». Una storia che vide scoccare in una mente eccezionale l’eccezionale scintilla («fu un’improvvisa illuminazione; ci riflettei sopra qualche ora e la buttai giù sulla carta») che avrebbe cambiato per sempre il rapporto dell’uomo con l’origine e il futuro delle specie. Una storia di genio e umiltà, onore e cavalleria, che ha tutto da insegnare a molti cervelli contemporanei privi di cuore e savoir vivre.
Accadde nel 1858. La maggior parte degli studiosi sostengono che Darwin ricevette il plico venerdì 18 giugno. Nel plico un articolo, scritto con febbrile energia dal dottor Wallace nel febbraio di quello stesso anno, mentre si trovava sull’isola di Gilolo (l’odierna Helmahera) nell’arcipelago delle Molucche. L’entomologo, antropologo, geologo, glaciologo e padre fondatore della biogeografia evolutiva Wallace era sull’isola a caccia di nuovi esemplari per le sue collezioni, quando venne colto da una serie di attacchi di febbre intermittente. Bloccato a letto, rifletteva: «Perché alcuni muoiono e altri vivono?». Come potevano alcuni organismi modificarsi e dare origine a nuove specie, distinte dalle parentali?
Nel plico, la risposta, che Wallace aveva pensato di spedire immediatamente a Darwin per un giudizio: On the Tendency of Varieties to Depart Indefinitely from the Original Type. «Allegai una lettera», scrive Wallace nella sua autobiografia in due volumi, My Life, a Record of Events and Opinions, scritta a ottantadue anni e su cui si basa il volume di Focher, «nella quale manifestavo la speranza che l’idea fosse nuova per lui, come lo era per me, e potesse fornire l’elemento mancante per spiegare l’origine delle specie».
Darwin lesse le prime righe del manoscritto. Furono sufficienti a «paralizzarlo». Capì subito che in quelle poche pagine giunte da un’isola sperduta, pagine che sarebbero divenute il massimo contributo di Wallace alla scienza, era esposta una teoria identica alla sua, ancora inedita. Riconobbe nello scritto di Wallace il nucleo essenziale delle proprie idee, in parte per il chiaro riferimento al Saggio sul principio di popolazione di Malthus (pubblicata nel 1798, l’opera sostiene che l’indefinita perfettibilità del genere umano non sia realistica, poiché la popolazione cresce sempre più rapidamente rispetto alle risorse), da cui sia lui che Wallace erano partiti, tanto che qualche giorno dopo aver ricevuto il plico, in una lettera al suo più caro amico, l’antropologo Sir Charles Lyell, scrisse: «Solo in un punto le nostre posizioni differiscono: per il fatto che io vi sono stato condotto \ considerando gli effetti della selezione artificiale sugli animali domestici».
Per il resto, le conclusioni di Wallace erano anche troppo chiare. Nelle ultime righe del manoscritto dalle Molucche si leggeva così: «Riteniamo di aver dimostrato che in natura esiste una tendenza di certe classi di varietà a un continuo e progressivo allontanamento dal tipo originale - un avanzamento al quale sembra irragionevole assegnare dei limiti definiti...». Era fatta: Darwin rischiava di perdere la priorità dell’idea alla quale lavorava da vent’anni. Eppure non aveva dubbi: quello scritto doveva essere pubblicato: «Sarei disposto a bruciare tutto intero il mio libro piuttosto di essere tacciato da lui \ o da chiunque altro di essermi comportato in modo scorretto». L’onore rese Darwin in quel momento più grande di tutte le sue teorie.
Negli anni a venire, Wallace non mancò di ricambiare. Sopravvisse a Darwin per oltre vent’anni, nei quali avrebbe potuto approfittare del credito e delle lodi a lui tributate da quanti supponevano che la sua scoperta fosse simultanea, o addirittura antecedente a quella di Darwin. Ma restituì onore all’onore ricevuto e rimise le cose a posto: «Viene spesso dimenticato», scrisse, «che tale idea venne a Darwin nel 1838, ovverossia quasi vent’anni prima che a me. Nel 1844, un tempo in cui io a malapena pensavo di dedicarmi seriamente allo studio della natura, Darwin aveva già scritto un abbozzo della sua idea».
Nato nel 1907 a Usk, nel Monmouthshire, ottavo di nove figli di una modesta famiglia, Wallace riconobbe infatti soltanto verso i quarant’anni la vocazione per la botanica e l’entomologia. Ma da quel momento non perse tempo. Il 20 aprile 1848 si imbarcò per l’Amazzonia, dove trascorse quattro anni ad esplorare il Rio Negro alla ricerca di vertebrati e invertebrati. Nel marzo del 1854 partirà per il sud-est asiatico: trascorrerà otto anni nell’arcipelago malese, da dove spedirà a Darwin il famoso plico. Secondo lo stesso Wallace, tuttavia, il segreto che condusse lui e Darwin al successo si nasconde in alcune curiose coincidenze intellettuali e ambientali: entrambi in gioventù furono appassionati cacciatori di coleotteri, organismi dalle forme specifiche infinite. Entrambi erano dotati del «puro gusto del collezionatore» più che dell’analista. E infine entrambi furono appunto folgorati da Malthus: «Fu come strofinare un fiammifero: si produsse quel lampo intuitivo che ci portò dritti alla semplice ma universale legge della sopravvivenza del più adatto».
E grazie alla rigorosa equità di Darwin, la scoperta di questa «semplice ma universale legge» venne presentata ai naturalisti Membri della Linnean Society con un’opera congiunta: alcuni estratti degli inediti di Darwin (precisamente una parte del capitolo intitolato On the Variation of Organic Beings in a State of Nature; on the Natural Means of Selection, del 1844) insieme all’articolo di Wallace. Come tutte le grandi rivoluzioni, quella di Darwin e Wallace non produsse, su chi avrebbe dovuto per primo percepirne la potenza, alcun rumore. I naturalisti della vecchia scuola accolsero i due scritti con tiepida noia. E il presidente della Linnean Society, nel rapporto che chiudeva il 1858, scrisse: «L’anno non è stato caratterizzato da nessuna di quelle singolari scoperte che, per così dire, rivoluzionano il settore della scienza al quale attengono».