Walt Disney, Topolino e la rivoluzione di cartoon

Anche Tullio Kezich lo dice. Nel rievocare il suo rapporto con Topolino, il critico scrive sul Corriere della Sera: «Non mi sentirei di affermare che abbia benemerenze tali da poter figurare tra gli eroi della Resistenza, ma certo fascista non fu. Mercuriale, irrispettoso e ingenuamente anarchico, nessuno riuscì mai a fargli indossare la divisa da balilla». Magari, a sinistra, c’è chi gli preferisce quel simpatico scioperato di Paperino, più irregolare e caciarone; e però, nel riepilogarne l’evoluzione, risulta proprio difficile vedere l’antropomorfizzato topo come un reazionario, un conservatore, un «uomo» d’ordine. Difatti nel suo Walt Disney. Prima stella a sinistra (Bompiani), Mariuccia Ciotta, parafrasando Peter Pan, descrive Mickey Mouse come «un lottatore, un filosofo, un saggio, un rivoluzionario, uno che si gode la vita a costo di duri scontri etico-sociali»: insomma, uno come Walt Disney. Il caso, allora, c’è o non c’è? Dipende. È pur vero che, nel corso della sua travolgente carriera conclusasi a 65 anni, nel 1966, il papà dell’animazione fu accusato d’esser stato: antisemita, forse un po’ razzista, di simpatie mussoliniane, al soldo dell’Fbi, pronto a denunciare i suoi collaboratori all’inquisizione maccartista... Ma è la stessa Ciotta, oggi co-direttore del Manifesto nonché disneyana doc, a riconoscere che quelle accuse non reggono al tribunale del tempo. Per lei, acuta studiosa di cinema americano, ogni tanto facile agli entusiasmi e alle riletture ideologiche, «Disney ha ridisegnato l’America e contribuito al nuovo patto sociale-immaginario di Franklin D. Roosevelt, è stato amato e studiato da Sergej Ejzenštejn, analizzato insieme al suo topo ribelle angelus novus da Walter Benjamin e inconsapevolmente ha fornito i materiali di un nuovo stato delle cose». Non proprio “il compagno Disney”, ma poco ci manca: nel senso che, «nonostante la sua fama di guardiano dell’ordine immaginario», quell’ometto coi baffi e la voce squillante, gran estimatore di Charlot, orchestrò «una rivoluzione di carta altrettanto minacciosa per i monopoli e le oligarchie finanziarie di quella reale». Naturalmente non prenderemo alla lettera la provocazione, se tale è. Fondatore di un impero editoriale edificato, come s’usa dire, su un sogno ricorrente, Disney, sul finire della sua esistenza, sostenne Nixon contro Kennedy e mai fece pace con i sindacati, suoi acerrimi nemici sin dagli scioperi del 1941; ma non si può proprio dar torto a John Landis, l’adrenalinico regista di The Blues Brothers, quando sostiene che fu artista radicale nel suo modo di avvicinarsi all’entertainment, nella visione utopistica del futuro, nel gusto per imprese brillanti e perverse. Con una differenza rispetto a industriali-sognatori alla maniera di Howard Hughes: zio Walt non si fece risucchiare nel gorgo dell’autodistruzione visionaria, della sfida titanica, del gossip colorito. La sua vita privata filò nel solco di una rassicurante conduzione familiare, come attesta la bella intervista concessa all’autrice dalla figlia Diane Disney Miller. Il volume, ricco di testimonianze, puntiglioso nel ricostruire episodi cruciali nella vita non solo artistico-creativa del papà di Topolino (il capitolo «La sinistra festiva» è incentrato sulla cosiddetta caccia alle streghe e ai rapporti tra Disney e i suoi collaboratori “rossi”), ha il merito di non “scantonare” nel paradosso ardito, nel rovesciamento a tesi. Resta un fatto: almeno da noi, non c’è critico o studioso di sinistra che non annoveri Disney tra i grandi costruttori delle forme etico-estetiche del secolo breve.

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