Walter, il cinema, Buttiglione e il generale Custer

Da alcune recenti interviste della Palombelli a cineasti italiani. «L’unico comunista di cui mi fido e che ho votato è Veltroni» (Enrico Vanzina). «Mi piace Veltroni per quelle sensibilità che lo fanno sembrare un non politico» (Ferzan Ozpetek). «Mi piace la follia ecumenica di Veltroni, uno che vuole mettere d’accordo tutte le diversità del mondo» (Mimmo Calopresti). «Veltroni è capace di guardare al futuro senza dimenticare le radici in cui tutti amiamo riconoscerci» (Bernardo Bertolucci). «Dei politici conosco solo Veltroni» (Daniele Luchetti). Nessuno più del sindaco di Roma è popolare nel mondo del cinema. Percepito come uno che ne mastica, sin da quando dirigeva l’Unità e lanciò le videocassette, Veltroni non ha mai smesso di occuparsi di film: da critico estatico sul Venerdì, da ministro ai Beni culturali, da primo cittadino della capitale, da rubrichista di Ciak, da animatore del futuro festival romano che tanto fa arrabbiare Galan. L’uomo è eclettico, generoso. E se ogni tanto confonde il cinema coi sogni è perché gli piace evocare la magia della luce sullo schermo, le ombre cinesi, l’illusione che irrompe nella vita. Pur tuttavia basta dire «Walter», senza cognome, e tutti capiscono. Il mecenate confina con l’amico, di lui ci si fida, perché bazzica i cantautori, va pazzo per Il laureato, scherza con George Clooney e Woody Allen, detta la linea in fatto di tv. Nessuno chiede a Buttiglione di imitarlo nella sua soave ruffianeria: basterebbe non sentirsi «accerchiati» come il generale Custer.