Walter "condanna" il Pdl a governare

La sinistra italiana è giunta a una nuova versione della scelta interna al gruppo dirigente ex comunista. Quella tra D’Alema e Veltroni.

D’Alema ha una sola strategia, quella dell’intesa tra cattolici e comunisti. È la linea classica del Pci, di cui egli rappresenta la continuità. Ha preso atto che l’operazione del Partito democratico è fallita, non ha unito la sinistra, non ha preso voti a destra. L’idea di creare un partito moderato a sinistra sul modello socialdemocratico si è rivelata impossibile nel nostro paese. Tutto quello che è stato possibile è una politica di alleanza dei postcomunisti con i cattolici, ma anche quella si è rivelata illusoria. La Democrazia cristiana di sinistra, quella con cui i postcomunisti hanno scelto di allearsi, non rappresenta più il mondo cattolico: Prodi era un’occasione unica per rappresentare i cattolici dossettiani, i «cattolici adulti» che ponevano nell’autonomia dalla gerarchia l’essenza della loro identità di partito. E i residui dei cattolici democratici come Franceschini e Marini non hanno più il cuore del mondo cattolico, ora attento a puntare sull’identità e certo della legittimità democratica che ha in se stesso. L’alleanza con i postcomunisti non è più una legittimazione politica, ma diviene solo una delegittimazione cattolica. Pensare di sostituire Prodi con Casini significherebbe moltiplicare i casi Binetti, non i casi vinti. Casini non ha altra identità politica che quella di essere cattolico obbediente: almeno come politico.

Non avendo compiuto una scelta socialdemocratica alle origini dei Ds, D’Alema è rimasto prigioniero dell’identità postcomunista e non può legittimarla in modo da costituire una svolta moderata rispetto alla sinistra. È anzi costretto a cercare alleati a sinistra, sia sostenendo la Cgil nella sua opposizione frontale al governo sia nella rottura con gli altri sindacati. E non può non respingere l’offerta dello sbarramento fatta da Berlusconi nella legge elettorale europea. Un’apertura congiunta a Casini e a Ferrero non è una linea moderata di governo, può essere pensata solo in segno di una pura opposizione a Berlusconi.

Veltroni ha creato la sua rendita nella leggerezza del linguaggio, nel nuovismo e nel buonismo, nella variazione senza identità. L’autoaffermazione di essere nuovo e buono parlando un linguaggio caro ai cattolici può andare bene per una stagione di calma, ma non quando i tempi si fanno duri. Egli ha offerto la linea del Partito democratico in opposizione a Prodi come un linguaggio e non come alternativa strategica. Lo sarebbe stata solo se Veltroni avesse abbandonato l’antiberlusconismo di principio come motivazione alla sua politica. Egli poteva legittimarsi come moderato solo se riconosceva Berlusconi come democratico. Sarebbe stata la scelta opposta alla tradizione comunista di riconoscere se stessi come i soli democratici in quanto erano stati rivoluzionari. Ma Veltroni questo non lo ha fatto. E anche la scelta di linguaggio che fa ora in modo ambiguo sostenendo l’accordo firmato dai sindacati moderati con il governo non è una scelta strategica, è una non scelta. Veltroni non è capace di scelte strategiche, può solo compiere operazioni linguistiche. Così la sinistra rimane alternativa alla maggioranza e la maggioranza l’unica possibile obbligata a essere maggioranza e ad autolegittimarsi come forza di governo all’Italia di oggi. Nella certezza che l’opposizione non può aiutarla politicamente nel compito di governo e che essa è quindi costretta a funzionare come maggioranza pigliandosene tutte le responsabilità.