Walter dà i numeri: governo senza maggioranza

Ormai alle corde il segretario Pd straparla: "Loro hanno la forza del potere, noi quella del popolo". E dice anche: "Berlusconi dice spesso bugie e sulla vicenda Alitalia ha raccontato tre balle"

da Roma

E meno male che doveva essere un seminario a porte chiuse. Perché da Frascati, in un’assemblea che avrebbe dovuto restare riservata, Walter Veltroni lancia il terzo assalto all’arma bianca a Palazzo Chigi in meno di una settimana: «Hanno vinto le elezioni ma pensano di aver conquistato il potere, non hanno la maggioranza, non hanno avuto il 51% e il Parlamento non può essere ridotto a una situazione nella quale sarebbe bastata la certificazione del voto». Il leader del Pd non usa perifrasi: «Sull’Alitalia Berlusconi ha fornito un’affermazione lacustre, mettendo in fila tre balle clamorose». Ora, a parte che molti sono corsi al vocabolario per capire cosa intendesse per lacustre, il senso era chiaro. Così come l’escalation di affondi che «l’uomo del loft» ha messo in atto negli ultimi giorni. Un tono barricadiero per certi versi curioso, se è vero che sul tavolo della Rai, nelle stesse ore, Goffredo Bettini e Veltroni erano in trattativa con Gianni Letta per sostituire Claudio Petruccioli con Pietro Calabrese.
C’è, in queste parole, un cambio di strategia spiazzante, una sorta di fuoco di copertura in vista della manifestazione del 25 ottobre, condito persino da una qualche ansia da prestazione in vista di un appuntamento in cui si gioca molto della sua immagine e delle sue potenzialità di leadership. «Che il presidente del Consiglio avesse una forte inclinazione alle bugie - ha spiegato Veltroni - lo hanno imparato bene gli imprenditori sul tema delle tasse. Su Alitalia è arrivato a dire che Epifani voleva firmare, mentre era contrario a firmare prima delle nuove aperture della Cai». E subito dopo: «La seconda balla è che io mi sarei interessato e che avrei fatto il diavolo a quattro perché quell’accordo non fosse firmato». Dulcis in fundo: «La terza balla è che D’Alema mi avrebbe telefonato per chiedere se, per caso, non fossi impazzito. Su questo, penso, sarà lo stesso D’Alema ad intervenire».
Insomma: dallo spaesamento di questa estate, quando sembrava pestare acqua nel mortaio ed essere molto indeciso sul da farsi, il leader del Partito democratico è passato ora ad una impressionante «fase due», in cui la scelta dell’opposizione dialettica dura fa sparire la cosiddetta «strategia del dialogo», per far posto a stilemi sorprendentemente dipietristi. Solo tre giorni fa, intervistato da Aldo Cazzullo, sul Corriere della sera, il leader del Pd metteva in dubbio la piena democraticità del governo: «Se non ci sarà una sufficiente controreazione rischiamo di veder realizzarsi anche in Italia il modello Putin. È il rischio di tutto l’Occidente. Una democrazia sostanzialmente svuotata, una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria». Il 25 settembre, a Porta a porta, una stilettata: «Forse Berlusconi non dice niente sul fascismo per l’influenza delle camicie che mette... Sono a metà tra i Soprano e il passato...». Camicia nera da neofascista, insomma, o affiliazione amicale da padrino mafioso. Ma perché allora criticare Sabina Guzzanti, ai tempi di piazza Navona?
Scrive Antonio Polito, su un quotidiano vicino al Pd come Il Riformista, che questo cambio di marcia veltroniano può essere spiegato con la necessità di strappare a Di Pietro il primato delle manifestazioni di opposizione. Secondo Polito, la scelta di Veltroni è «trasformare il 25 ottobre in un 25 aprile». Jena, su La Stampa, non lo prende sul serio. E scherza così: «Sulla vicenda Alitalia Veltroni è finalmente uscito dall’angolo in cui lo aveva messo Veltroni». Troppo cattiva la prosa dell’ex direttore de Il manifesto, che al leader del Pd ha dedicato una cospicua parte della sua raccolta di corsivi (editi in questi giorni dalla Fazi)? Forse. Ma il fatto davvero incredibile è che solo due mesi fa (per non parlare della campagna elettorale) Veltroni attaccava la lingua politica di Di Pietro, con parole che oggi si attagliano perfettamente a lui. Per cui le possibilità sono solo due: o aveva ragione Di Pietro prima, o ha torto Veltroni ora (secondo lo stesso Veltroni).
È curioso, infatti, ripercorrere cosa diceva il leader del Pd. Aprendo il giro delle province italiane, per esempio, proclamò solennemente: «Anche se verremo attaccati, non risponderemo alle accuse personali. E non sentirete da me una sola parola di odio nei confronti del mio avversario». Già, il mio avversario: perché in quei giorni l’ex sindaco di Roma si atteneva così scrupolosamente al suo comandamento, da non nominar mai il Cavaliere. A Matrix si arrivò persino al siparietto quando disse: «Ecco, chi parlerà dopo di me può...». E Mentana, senza trattenere un sorriso: «Intende dire quello che lei non nomina mai, ovvero Berlusconi?». Veltroni, sorridendo un po’ impacciato: «Ecco... lui ha il vantaggio di parlare dopo. Ma non voglio fare polemica!». A quattro giorni dal voto, poi, arrivò un meraviglioso esempio di buonismo mannaro. Una lettera di intenti (Walter, è noto, ama le forme epistolari vagamente werteriane): «Propongo un patto di reciproca lealtà repubblicana». A cui, per inciso, Berlusconi non rispose nemmeno. Non ha cambiato idea, lui.