Walter non dice più le cose di sinistra

Romano Prodi siede ancora a Palazzo Chigi, ma giorno dopo giorno e senza aspettare il voto del 14 ottobre Walter Veltroni assume sempre più le funzioni del comando. Non si ferma mai. Parla, scrive, rilascia interviste, riempie pagine di giornali, come è accaduto ieri sul Corriere, agita le acque stagnanti del centrosinistra, accende polemiche. Si può capire la sorpresa e la preoccupazione del Professore e dei suoi uomini che leggono bene quel che sta accadendo. Sembra ed è un lento e graduale ribaltone, ben diverso dal traumatico voto di sfiducia che nel 1998 portò D'Alema alla presidenza del Consiglio. È un'operazione soft, nello stile dell'uomo, sempre misurato, ma deciso, anzi «tosto» come ha scelto di definirsi.
L'azione in cui è impegnato il leader del futuro Partito democratico - nonostante la pubblica rassicurazione di voler consolidare Prodi e non sostituirlo - consiste sempre più nel rovesciamento dello stile, degli argomenti e delle proposte del centrosinistra che conosciamo e della sua pratica di governo. È condotta lungo una crina difficile, perché Veltroni gioca la sua scommessa presentandosi come il capo dell'«area democratica», che coincide almeno con i due terzi dell'attuale maggioranza, e nello stesso tempo come il capo di un'opposizione. La chiama innovazione, ma è opposizione. Basta fermarsi su alcune affermazioni contenute nell'intervista di ieri.
Il programma dell'Unione, scritto su 280 pagine, attorno a cui si accendono ogni settimana conflitti e polemiche? È da buttar via, perché - ha detto - basterebbero «dieci punti, chiari, netti, identificabili». Lo stile sembra quello del «contratto con gli italiani» presentato nel 2001 da Silvio Berlusconi, il senso politico è la liquidazione dell'accordo che ha portato Prodi al governo.
Un anno e passa di scelte che hanno portato all'aumento della pressione fiscale? Padoa-Schioppa è servito perché sembra di sentire parlare un esponente della Casa delle libertà: «Non possiamo nasconderci la reazione che il fisco così com'è oggi genera negli italiani». Per non dire delle altre priorità elencate come la semplificazione della vita pubblica, quindi uno Stato più leggero ed efficiente e - udite, udite - il rilancio delle infrastrutture, progetto avversato e deriso quando lo brandiva Berlusconi. O come il tema della sicurezza dei cittadini, il presidio del territorio, il contrasto a chi viola la legalità, che sia italiano o straniero e quindi immigrato.
Ha ragione Parisi a preoccuparsi. In tutti questi spunti non c'è nulla di coincidente con l'azione fin qui condotta da Prodi e con l'immagine pubblica del suo governo. Anzi, sono una parte importante dei temi che il centro-destra in tutte le sue articolazioni e sfumature ha sollevato. Il «nuovo conio» lanciato da Rutelli assume così la forma di una contrapposizione alla sinistra esistente oggi e alla zavorra della sua tradizione, di cui il presidente del Consiglio è diventato il simbolo.
Non ci vuole molta fantasia per capire la scuola a cui ha attinto Veltroni, che ha tradito l'America con la Francia. È quella di Sarkozy che ha saputo buttare nella pattumiera Chirac, presentandosi come «il nuovo» contro «il vecchio» e sbaragliando la gauche. I problemi che però ha il sindaco di Roma sono i tempi, sono la legge elettorale, sono la difficoltà di essere nello stesso tempo il leader del principale partito di governo e il contestatore di Prodi. Non può essere lui a buttare il presidente del Consiglio nella pattumiera. Però, giorno dopo giorno, assume l'identità del candidato capace di presentarsi alle elezioni politiche che verranno (non certo nel 2011) contendendo a Berlusconi il ruolo dell'oppositore.
Renzo Foa