Ma Walter ordina: «Divertiamoci!»

A tratti, sembra quasi uno sketch di Corrado Guzzanti. Con il protagonista che conclude il comizio dicendo: «Io mi sto divertendo, divertitevi anche voi, divertiamoci!». E poi: «Organizzate feste, dite a tutti che è possibile una politica nuova, invitate i vostri vicini di casa a cena per raccontare tutto questo, divertitevi, divertiamoci!». E ancora: «La politica non è una cosa cupa, divertitevi, divertiamoci!».
E, nel divertimento, c’è dentro tutto. Il Mi fido di te di Jovanotti che apre il comizio, ma anche l’inno di Mameli cantato in coro che lo chiude. La lettera dell’anziano partigiano che non ha potuto esserci scandita in apertura, ma anche i giovani e le donne candidate esibiti sul palco, con i vecchi arnesi del Pci e della Dc tenuti rigorosamente sul retro. L’unico superstite del rogo della Thyssen Antonio Boccuzzi portato sul palco come un’(ottima) madonna pellegrina della classe operaia e della sicurezza sul lavoro, ma anche la protesta silenziosa dei cassintegrati dell’Ilva che volantinano sotto il palco chiedendo: «Caro Walter, chi dà voce al silenzio attorno a noi?». I richiami alla lotta alle mafie, ma anche la pesante contestazione del presidente della «Casa della legalità», circolo che ama Travaglio e Grillo, sulla candidatura di Crisafulli e non di Lumìa in Sicilia. I nomi doc esibiti giustamente con orgoglio, ma anche ottime mancate buone candidature, come quella di Marylin Fusco, la più giovane, la più brava e la più bella del Pd ligure, lasciata inspiegabilmente a casa. Le citazioni dei bookmakers inglesi che hanno abbassato le quote per la vittoria del Pd, prima ritenuta impossibile, e quelle di «Aldo Moro nel 1953. Sì era proprio il ’53, mi pare».
Insomma, Veltroni. Lui, Walter, fa un discorso che è a tratti più berlusconiano di Berlusconi. Bel discorso: «senso dello Stato», «rispetto delle regole», «valorizzazione del Paese che produce e che lavora», «taglio di ogni burocrazia», «non c’è differenza fra un ragazzo di destra ammazzato e un ragazzo di sinistra ammazzato». Tricolori che sventolano, manifesti e pullman verdi, candidate bionde. Per trovare un tocco di rosso o un qualcosa che ricordi, anche vagamente, la sinistra, occorre affidarsi alla pubblicità della mostra genovese su Garibaldi.
E Walter è perfettamente in linea dialettica con i colori. A partire dall’autocritica per tanti anni passati a occuparsi di Berlusconi: «Abbiamo perso 11 punti di Pil e abbiamo perso quindici anni a parlare solo di Berlusconi e della sinistra, la sinistra e Berlusconi». E poi: «Sento un senso di libertà. È la prima volta dopo tanti anni che non dobbiamo fare una campagna elettorale stando attenti alle cose che diciamo, perché altrimenti qualcuno della coalizione se ne va o ci smentisce». E ancora: «Abbiamo visto di tutto, persino ministri che manifestavano contro il governo. Non li vedremo più». E infine: «Da segretario dei Ds ho partecipato a riunioni di maggioranza con 38 segretari di partito, tutti decisivi. Alcuni non sapevo nemmeno chi fossero, erano partiti nati in un salotto».
Messa una pietra tombale sull’Ulivo e sull’Unione, Veltroni la mette anche su Prodi, citato incidentalmente solo come «governo» e non come Romano, ma soprattutto non citato quando Walter ricorda la venuta nella stessa piazza genovese nel 1996: «Fu un comizio esaltante, allora come oggi e quella volta ci andò bene». Ma il nome del comproprietario del «ci» è ovviamente ben celato, per non fare svuotare la piazza stessa.
E Berlusconi? Walter predica «no odio, no contrapposizione, no parlare male degli altri, rispetto reciproco». E quindi lo attacca, certo, soprattutto sulla scelta di non fare il governo per le riforme prima delle elezioni. Ma senza mai nominarlo, se non in frasi neutre, e definendolo di volta in volta: «l’altra parte», «la destra», «l’esponente principale dello schieramento avversario» e «quelli che stanno lì». Se si votasse per chi usa meglio il dizionario dei sinonimi, Veltroni sarebbe già premier.
Massimiliano Lussana