"Walter, sono Silvio". Telefonata del premier apre al dialogo col Pd

I due leader si incontreranno subito dopo il voto di fiducia. Ma Di Pietro frena Veltroni "sulle aperture di credito al Cavaliere"

da Roma

La telefonata è arrivata ieri, l’incontro dovrebbe avvenire già in settimana.
Sia Silvio Berlusconi che Walter Veltroni riunivano nel pomeriggio i rispettivi gabinetti: quello vero a Palazzo Chigi, quello ombra al gruppo Pd. E, poco prima, il premier ha alzato il telefono e chiamato il suo ex competitor sconfitto.
Evento ufficializzato da un comunicato di Palazzo Chigi, che annuncia che i due «hanno concordato di vedersi dopo il voto di fiducia, per avviare un confronto continuativo». Poi ci ha pensato Berlusconi in persona a spiegare che si tratta di un gesto fatto «in spirito di collaborazione», sia pur «nel rispetto della diversità dei ruoli». «Io non ho mai demonizzato nessuno - sottolinea il premier - e ritengo che incontrare Veltroni sia un atto di civiltà politica».
Dal Pd non nascondevano la soddisfazione, facendo trapelare che il premier sarebbe stato prodigo di fair play nel primo contatto ufficiale (quelli ufficiosi non sono mancati, in queste settimane) con Veltroni, manifestando «apprezzamento» per la decisione di dotarsi di un governo ombra che possa diventare il luogo del «corretto confronto» sulle scelte di governo. D’altronde, faceva notare un ministro ombra, citando ironicamente un celebre spot, «una telefonata allunga la vita». Nel senso che colloquio, futuro incontro e istituzione di un «confronto continuativo» costituiscono per il leader del Pd, all’indomani di una difficile sconfitta, un formidabile atout: riconoscimento e legittimazione del suo ruolo di capo dell’opposizione, e di interlocutore principale di ogni dialogo bipartisan.
Ma che possa essere anche un’arma a doppio taglio Veltroni lo sa bene. E ai suoi lo ha confidato, spiegando che - al di là delle cortesie di circostanza - Berlusconi ha subito messo sul piatto richieste precise, alle quali per il Pd non sarà facile rispondere. Il premier ha parlato della necessità di «dare piena efficienza al funzionamento delle Camere», perché «in Parlamento servirà un lavoro comune sui problemi del Paese». E con Veltroni è stato specifico: riforma urgente dei regolamenti parlamentari, corsie preferenziali per i provvedimenti del governo, snellimento delle procedure per l’approvazione della Finanziaria, limitazione estrema del «filibustering». In cambio, ha offerto uno «statuto dell’opposizione» che assicuri poteri di controllo e «visibilità» al Pd e al suo «governo ombra». Il tutto messo nero su bianco in una bozza che è già sul tavolo del leader Pd.
Tutte cose utili e necessarie, riconosce Veltroni (che dal canto suo ha messo sul piatto la richiesta di un accordo sulla riforma della Rai), ma «non possiamo dare l’idea di essere pronti a cedere subito a ogni richiesta» della maggioranza, e a spianare la strada alle scelte del governo. Anche perché, mentre è tutto un fiorire di cordiali incontri tra ministri veri e ombra (Realacci e la Prestigiacomo, Minniti e Maroni, Fassino e Frattini), nel centrosinistra già c’è chi grida all’«inciucio». E Di Pietro invita Veltroni a «andarci cauto con le aperture di credito al Cavaliere». Veltroni cerca di buttare acqua sul fuoco: «È normale che opposizione e maggioranza si sentano, evitiamo di dare troppa enfasi alla cosa». Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e ministro ombra alle Riforme, non nasconde qualche preoccupazione: «Benissimo riconoscimento reciproco e fair play. Ma non vorrei che ci fosse anche una grande abilità tattica da parte di Berlusconi, che ci corteggia col “confronto” per cercare di renderci corresponsabili delle scelte e delle mancate promesse del suo governo. Va bene fare l’opposizione civile, ma pur sempre opposizione».