Con Walter le strade più bucate del mondo

A Roma il fondo è così sconnesso che la Honda lo ha scelto
come banco di prova per collaudare le sospensioni
Record di incidenti mortali all’anno, più che in Campania<br />

da Roma

Tutte le buche portano a Roma. Quello delle strade dissestate, delle voragini che si aprono all’improvviso e quasi mai si richiudono, delle toppe messe alla bisogna laddove l’asfalto si fa impraticabile, è un problema serissimo per i romani. Un problema che Veltroni s’impegna periodicamente a risolvere ma che è ancora lontanissimo dal giungere a soluzione. Soliti annunci, immancabili promesse, assicurazioni accompagnate ai milioni e milioni di euro stanziati inutilmente, anche di recente: la gente, infatti, come in nessuna altra città al mondo continua a cadere e morire in scooter, a sfasciare semiassi e pneumatici d’auto, a zigzagare a piedi nelle pozze d’acqua piovana. Se da anni ormai i tecnici giapponesi della Honda utilizzano le carreggiate romane per testare sospensioni meccaniche e ammortizzatori dei nuovi modelli, il motivo è che non esistono altrove strade urbane o extraurbane con un così alto numero di squarci, fessure, dossi, tombini infossati, deformazioni, cavi mal riempiti, avvallamenti, canali, crepe. Lo affermano statistiche di strutture blasonate e siti internet casarecci (su tutti www.bukenbike.it).
Lo sentenzia soprattutto uno studio dell’Istat che - messo a confronto con il sondaggio Ipr Marketing relativo al 93 per cento degli italiani che addebita alla cattiva manutenzione delle strade la principale causa degli incidenti - nel 2005 pone Roma in testa alla classifica dei sinistri (26.693) con 356 morti e 35.690 feriti. Un dato da brivido se si pensa che nella Capitale muoiono più persone che in tutta la Toscana (348), la Campania (313) o la Puglia (349). Solo la «Fondazione Ania per la sicurezza stradale» ha ricevuto oltre 3.700 segnalazioni di vie pericolose all’ombra del Colosseo, ma non potendole inoltrare tutte ha fatto uno screening di quelle più simili a una pista da rally, fermandosi a trecento. Nel 2005 i vigili urbani hanno calcolato l’età media delle vittime: tra i 17 e i 36 anni. Una doppia inchiesta Codacons-Adusbef ha battuto metro su metro 5.500 chilometri della capitale riscontrando mezzo milione di buche larghe, mediamente, 30-50 centimetri, profonde almeno 5, l’una dall’altra distanziate al massimo 10-12 metri. Le associazioni dei consumatori hanno messo a disposizione avvocati e strutture per rifarsi contro il Comune scoprendo, nel 2006, che per risarcire i danni provocati dai sampietrini (i sassi a forma di cubo che compongono il manto del centro storico) al Campidoglio non basterebbe la metà dei soldi incassati con le multe di un quadrimestre.
Anche per scrollarsi di dosso questa devastante responsabilità (civile e penale) il sindaco del «volemose bene» aveva preso di petto la situazione affidando la manutenzione di ben 800 chilometri di strade a un consorzio d’imprese. Pensava che 576 milioni di euro bastassero a passare alla storia, ma si sbagliava. L’appalto «venduto» alla stampa amica come rivoluzionario e risolutivo di atavici problemi, tra ricorsi e controricorsi si arenava subito al Tar, dopo i rilievi sollevati dall’Authority per la vigilanza sui contratti pubblici, sospendendo l’appalto per due ordini di ragioni: innanzitutto per un palese conflitto d’interesse del presidente dell’Ati aggiudicataria che ricopriva l’incarico di consigliere di amministrazione nella società «Risorse per Roma» che aveva predisposto il bando: in secondo luogo per l’impossibilità di configurare l’appalto come concessione di servizio pubblico (anziché una concessione di lavori pubblici) e per non aver offerto in modo continuativo il servizio di vigilanza. Insomma, una bella tirata d’orecchie alla giunta Veltroni, con conseguente sospensione dei lavori.
A sorpresa, però, il Consiglio di Stato ha sconfessato il Tar con un ragionamento che ha lasciato perplessi gli addetti ai lavori, ritenendo «più meritevole di considerazione il danno pubblico derivante dall’applicazione della sentenza impugnata».
Nell’attesa del secondo pronunciamento il sindaco aveva giocato d’anticipo acquistando intere pagine di giornali per pubblicizzare comunque l’impegno del Campidoglio nella lotta alla città-colabrodo. Ricorrendo allo slogan «per strada non diamo più buche», Walter aveva ragguagliato i romani sul milione di fotografie scattate e sui 200 milioni di euro già stanziati. Lo spot era veltronianamente rassicurante: «Abbiamo risposto a 31mila richieste, già chiuso 54mila buche, programmato interventi su 7,6 milioni di metri quadrati...». Più di qualcuno fece notare che i calcoli erano a dir poco sballati, che ci sarebbe voluta una task force di operai che nemmeno New York poteva vantare. Il foglio inglese Independent ci rise su: «I cittadini romani non hanno dubbi che per tutte le strade del centro storico nei cinque anni di giunta Veltroni non c’è stata manutenzione».
Nonostante ciò in seguito al pastrocchio stoppato dal Tar, Veltroni si è eclissato mandando avanti l’assessore ai Lavori pubblici, Giancarlo D’Alessandro, che invece di chiedere scusa alla città se la prese con i titolari delle aziende rei di farsi i dispetti a colpi di esposti. Solo quando il Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione, sbloccando di fatto l’appalto, Veltroni è uscito dal letargo tattico per cantare vittoria. Dopo sei anni di chiacchiere, vittoria di che?