Walter testimone al processo di mafia nega persino di frequentare suo fratello

Prima non vuole neanche presentarsi, tanto da essere diffidato e da rischiare l’accompagnamento coatto dei carabinieri per obbligarlo a fare il suo dovere di testimone. Poi arriva con troppo anticipo, prima ancora di pubblico ministero e avvocati. Quindi, a inizio udienza, sale sul «palco» - un «palco» nobile visto che ha visto sfilare, in passato, i testimoni dei processi contro Giulio Andreotti e Bruno Contrada, che si sono svolti in quella stessa aula - e interpreta una parte che, nei processi di mafia qual è quello in cui è stato chiamato a deporre, è la regola: non so nulla, non conosco, non ricordo, non ho rapporti con nessuno, neanche con mio fratello, neanche con uno che era consulente di una società che lavorava per il comune di Roma del quale io sì, è vero, io ero il sindaco; lavorava con me, ma Roma è così grande...
Nega, nega tutto Walter Veltroni, ieri di scena al Palazzo di giustizia di Palermo per una decina di minuti, tanto è durata la sua audizione. Costretto a presentarsi come testimone al processo sugli interessi delle cosche mafiose per la realizzazione di un ipermercato a Villabate (Palermo, il leader del Pd smentisce qualsivoglia coinvolgimento in questa storia di coppole e tangenti. Meno che mai quello ipotizzato da un pentito ritenuto più che attendibile dagli inquirenti, quel Francesco Campanella - ex presidente del Consiglio comunale di Villabate, fedelissimo del boss Mandalà - che procurò la carta d’identità al capo di Cosa nostra in persona, l’allora latitante Bernardo Provenzano. La storia che ha portato in tribunale Veltroni è questa. Secondo Campanella, dato che per realizzare l’ipermercato era necessaria una variante al piano regolatore, si pensò di «agganciare» Walter per cercare di ammorbidire la posizione di un consigliere comunale ds che si opponeva al progetto. L’«aggancio» doveva essere effettuato tramite Giuseppe Daghino, uno degli imputati del processo di Palermo, che era un ex consulente del Comune di Roma. Il pentito - che cita come sua fonte un altro degli imputati di Palermo, Francesco Paolo Marussig, amministratore di una società romana, la Asset Development, che avrebbe dovuto gestire gli spazi commerciali del megastore di Villabate che stava a cuore agli uomini di Cosa nostra - dice di non sapere se il «contatto» con Veltroni sia poi avvenuto. Sa, però, che la variante allo strumento urbanistico alla fine passò perché i Ds lasciarono l’aula al momento del voto. Non solo. Nello stesso centro commerciale doveva sorgere un Warner village con una ventina di sale cinematografiche, cui sarebbe stato interessato il fratello di Veltroni, Valerio.
Sin qui la storia. Tutta negata dal leader del Pd. Walter ha ammesso solo di conoscere Marussig: «Ci siamo conosciuti quando eravamo bambini, avevano 10, 12 anni, uno dei Marussig era amico di mio fratello Valerio, un compagno di scuola, ma non ricordo quale, era una grande famiglia». Frequentazioni con Marussig da adulti? «Mi sono ricordato di averlo visto in Campidoglio, quando ero sindaco di Roma. Si presentò e ci siamo salutati, ci siamo chiesti come stessero i parenti».
Veltroni, tra lo stupore generale,, ha invece negato di conoscere il suo ex consulente, Giuseppe Daghino: «Un’amministrazione come Roma è molto grande, non posso conoscere tutti». Inutile fargli notare che Daghino era nello staff della società Rpr, Risorse per Roma, che lavorava per il Comune. Del resto, il Veltroni passato dal «ma anche» all’«io mai» interpretato ieri, ha persino negato rapporti troppo stretti col fratello, Valerio: «Per scelta con i miei familiari, da quando sono impegnato in politica, ho rapporti di grande affetto e sintonia, ma teniamo le nostre vite separate». Unica ammissione, quella di avere un fratello, Valerio, e che ha una fidanzata, Federica Lucisano, che fa la produttrice cinematografica.
Dieci minuti, neanche, il Walter-show nel ruolo di testimone a un processo di mafia. Il leader del Pd è arrivato a Palazzo di Giustizia poco dopo le 9. Stupito per l’aula ancora chiusa, si è poi rassegnato ad aspettare. Nell’attesa, la stretta di mano al fotografo che ha immortalato l’ex presidente della Regione Totò Cuffaro con un vassoio di cannoli dopo la condanna:«Però non dico niente, perché voi giornalisti siete capaci di trarre spunto anche da un sopracciglio inarcato».