Wanjiru, maratoneta per corrispondenza

«Samuel Wanjiru è un talento impressionante e a Pechino ha aperto la nuova era della Maratona». Gabriele Rosa non aveva dubbi prima e a ragione non ne ha adesso dopo che il «suo» keniano ha dominato la 42 chilometri olimpica in poco più di due ore e sei minuti. «Una gara così - racconta il tecnico bresciano - non si era mai vista. Samuel ha corso sovvertendo i canoni classici di questa corsa che è stata sempre interpretata come la sublimazione della regolarità. Lui ha dimostrato che si può scattare in continuazione e alla fine vincere fiaccando tutti gli avversari...». Wanjiru, 21 anni, della tribù dei kikuyu di Nyahururu è soprannominato «il giapponese» perché nel Sol Levante vive dal 2002, cioè da quando ha vinto un borsa di studio che l’ha portato via dagli altopiani. È l’uomo, pardon il ragazzino, che ha rotto il grande tabù dei keniani che non erano mai saliti sul gradino più alto di un podio olimpico in una gara di maratona. Un paradosso inspiegabile per la squadra che su questa distanza ormai non ha quasi rivali. «Da due anni fa parte del nostro gruppo - spiega Rosa -. Si è sempre allenato in Giappone con un suo tecnico e noi lo abbiamo seguito e consigliato. Un contatto costante con mail e telefono condividendo programmi e metodi di preparazione».
Un «allenamento» attraverso il computer che ha avuto poi il suo atto finale sugli altopiani di casa a un mese e mezzo dalla gara olimpica. «Samuel è tornato a Nyahururu - spiega il dottor Rosa - e lì con Martin Lel e Robert Cheruiyot abbiamo verificato il lavoro fatto insieme e deciso le strategie di gara. Ci è sembrato giusto non sradicarlo dal Giappone dove aveva sempre corso». Che Wanjiru fosse in qualche modo un predestinato si era capito: è il primatista juniores in carica sui 10mila, ha ritoccato tre volte il record assoluto della mezza maratona sino all’attuale 58’33” ed è, se si esclude l’argentino Zabala nel lontanissimo 1932, il più giovane atleta che mai abbia vinto una maratona per così dire «moderna». «Alla sua terza 42 chilometri - spiega Rosa - è andato a prendersi l’oro olimpico, battendo atleti del calibro di Lel e Gharib, correndo alla media di 3’06” al chilometro in condizioni climatiche che dire difficili è poco. Ciò vuol dire che ha margini di miglioramento impensabili». Tradotto significa che ora nel mirino del «giapponese» c’è il primato mondiale di maratona di Haile Gebrselassie da attaccare con tutta probabilità nella prossima maratona di Londra il 13 aprile.
Programmi, tabelle, strategie che spiegano come sia ormai solo un ricordo l’epoca dei keniani che corrono forte ma senza usare la testa: «Non credo che oggi ci siano atleti in grado di interpretare una maratona correndo così forte e rilanciando - insiste Rosa -. Per questo mi sento di dire che Samuel ha aperto la nuova era». Una nuova epoca che rischia però di essere davvero buia per gli italiani. In Cina Stefano Baldini, l’eroe di Atene, ha corso una gara grandissima considerando condizione e infortuni. Ora però dietro di lui c’è il vuoto. «Stefano ha meriti grandissimi e a Pechino è stato coraggioso ed onesto. Credo che oggi non ci sia nessuno in Italia che possa raccogliere il suo testimone. La maratona è cambiata e bisogna adeguarsi. Non parlo tanto delle tecniche di allenamento ma dell’approccio. A cominciare da quello ambientale».