Wanna Marchi al capolinea: la Cassazione la rimanda in cella

Il ristorante a Milano, i programmi radio e il ritorno in tv. Sogni
spezzati dalla condanna definitiva a oltre 9 anni per lei e la figlia

Milano - La carriera di Wanna Marchi si chiude in Cassazione. È tarda sera quando i Supremi giudici emettono il verdetto: 9 anni e mezzo per l’estetista di Ozzano, come in appello; una pena appena più bassa, 9 anni, 4 mesi e 9 giorni per la figlia Stefania. Lo show, iniziato nell’epoca pionieristica delle prime tv commerciali, è finito. «Wanna e Stefania Marchi - comunica l’avvocato Liborio Cataliotti - sono pronte a costituirsi. Lontano dal fragore delle telecamere». Sì, il clamore non ha giovato alla telecoppia che aveva provato a raddrizzare un processo difficilissimo puntando temerariamente su taccuini e tv. Un errore pagato a caro prezzo, con condanne esemplari.

Il mito, del resto, si era già dissolto alla fine del 2001 quando «Striscia la notizia» aveva svelato, complice una casalinga prestatasi al gioco, la catena di montaggio delle truffe impiantata alla periferia di Milano sotto le insegne esotiche dell’Asciè. Nei giorni successivi, decine di vittime, ricche o povere, del profondo Nord come del Sud più profondo, donne ma anche uomini, ignoranti e perfino colte, avevano preso d’assalto i centralini della Guardia di finanza per denunciare le illusioni, le vessazioni, i ricatti venduti dalle Marchi e con loro dal presunto, molto presunto, mago Mario Do Nascimento, prontamente fuggito a Bahia all’annuncio della tempesta giudiziaria.
Il personaggio Wanna Marchi, che aveva attraversato indenne gli anni Ottanta e Novanta, un pezzo di storia del costume, era finito nella polvere. La Wanna Marchi invulnerabile paladina della casalinghe, icona di un benessere ruspante conquistato sgomitando, a modo suo simbolo luccicante di un’Italietta in marcia verso il benessere, era morta in quel periodo. La Wanna in carne e ossa non si era data per vinta: dopo un primo arresto, aveva provato a risollevarsi trasferendo su Internet le proprie attività. Un fiasco. Poi aveva ripescato la sua prima professione, quella di estetista, andando a dirigere una spa a Carpi. Pure quell’esperienza si era esaurita in poche settimane. Ci aveva provato con la radio e aveva annunciato, proprio al Giornale, il suo rientro in tv. Questa volta era stata lei ad illudersi. Ormai, i trecentomila clienti dell’Asciè, e i tanti altri italiani che la conoscevano indirettamente, le avevano preso le misure. Anche se poi, gridava lei, molti ammiratori continuavano a incoraggiarla e le stringevano la mano per strada.

In aula, al processo di Milano, si era vista invece una sequenza di scene strazianti, immortalate in programmi come «Un giorno in pretura»: donne senza più lineamenti, un fazzolettino bagnato stretto fra le dita, pronte a raccontare i loro drammi e a chiarire fin dove era possibile come avevano dilapidato centinaia di milioni di lire inseguendo rametti di edera, promesse di felicità, bicchieri di sale.
Il popolo di Wanna Marchi aveva coltivato sogni troppo grandi, poi era sprofondato nel pantano dei debiti, delle umiliazioni, dei matrimoni finiti nella bancarotta familiare. Lei, invece, aveva trovato requie, momentanea, in un sontuoso ristorante di pesce, La Malmaison, aperto dalla figlia col fidanzato a Milano.

Erano davvero gli ultimi fuochi. Ora conta solo l’aritmetica giudiziaria: 9 anni e mezzo sono tanti, anche se ridotti dal bonus dell’indulto. Dovrebbe cavarsela invece, senza finire dietro le sbarre, il compagno di Wanna, Francesco Campana, colpito da una condanna definitiva a 3 anni. In ogni caso, la giustizia che a lungo aveva latitato senza intervenire, ha infine presentato il conto. E con i soldi dei beni sequestrati - fra il lago di Como, Milano, Firenze e Biella - molte vittime sono state risarcite. Anche se il tesoro delle Marchi, custodito nei caveau di San Marino, si è volatilizzato.