A Washington poche parole: «Sono questioni italiane»

Silvia Marchetti

da Roma

«Questioni italiane». Il Dipartimento di Stato Usa bolla la «vicenda Scelli» e il conseguente caos politico come un affare prettamente «italiano» nel quale non intende farsi coinvolgere. Washington prende così le distanze - «no comment» la reazione dell’ambasciata americana a Roma - dalle dichiarazioni dell’ex commissario della Croce Rossa. Scelli ha infatti tirato in ballo direttamente gli Usa: gli italiani, pur di liberare gli ostaggi, avrebbero mentito agli alleati americani. Rischiando così di riaprire la «ferita diplomatica» del caso Calipari, da poco rimarginata.
Il portavoce Sean McCormack, parlando ai giornalisti che lo incalzano con le ultime «news» dall’Italia, chiude la faccenda in questi termini, allineandosi alla smentita di Palazzo Chigi e ribadendo il legame tra i due paesi: «Queste sono questioni del governo italiano e il governo italiano ha detto che queste affermazioni non sono accurate. La questione - dunque - riguarda gli italiani». Punto. E qualora i media Usa - che durante il caso Calipari hanno alimentato le tensioni su entrambe le sponde dell’Atlantico - «hanno delle domande al riguardo la cosa migliore» è farle direttamente a Roma. «Lascio al vostro giudizio stabilire se si tratti o no di rivelazioni». Mc Cormack risponde così a chi gli chiede se Washington, che nella versione di Scelli sarebbe stata «aggirata» da Roma nelle trattative con i guerriglieri iracheni, abbia già chiesto delle spiegazioni all’alleato.
Gli Stati Uniti non intendono dunque prestare il fianco all’uscita di Scelli, un’uscita che molti a Roma giudicano «sospettosa». Ma soprattutto non intendono alimentare una polemica tutta «romana». L’alleanza con l’Italia è sacra, e niente - è il messaggio rivolto a Roma - potrà intaccarla. Per timore che le dichiarazioni di Scelli possano incrinare i rapporti italo-americani, McCormack ribadisce ancora una volta l’amicizia che unisce i due popoli e elogia il contributo italiano alla guerra contro il terrorismo. «I carabinieri hanno versato il loro sangue al fianco dei soldati americani. Apprezziamo l’impegno degli italiani a sostegno del popolo iracheno per ricostruire un nuovo paese».
L’ultima cosa di cui gli americano hanno ora bisogno - tra varo della costituzione irachena e nuove elezioni - è una crisi diplomatica con l’Italia. Crisi che negli ultimi mesi è stata sfiorata ben due volte: prima sul caso Calipari, ucciso da «fuoco amico» durante la liberazione di Giuliana Sgrena, poi con la Cia e la saga dei rapimenti sul suolo italiano, in primis quello di Abu Omar (qui sarebbero gli americani a «mentire» agli italiani pur di arrestare i sospetti terroristi). Divergenze per fortuna rientrate, ma che sono costate all’ex-ambasciatore Mel Sembler lunghe nottate trascorse a Palazzo Chigi. McCormack ricorda «l’incidente» che costò la vita a Calipari e il lutto dell’Italia, lutto al quale anche gli americani hanno partecipato.
Sullo sfondo, tuttavia, rimane la diversità nella «strategia» adottata nel trattamento degli ostaggi. Gli Usa - come la Gran Bretagna - sono per la linea dura: con i terroristi non si tratta. Mentre l’Italia ha sempre adottato la via della «mediazione» pur di riportare a casa i connazionali rapiti. Inevitabile, dunque, che McCormack sottolinei che «la posizione degli Stati Uniti verso chi cattura ostaggi è nota: noi non negoziamo». Diversità che tuttavia non incrinerà l’alleanza con l’Italia.