Washington riabilita Gheddafi: amico eccellente

La Rice: riapriremo l’ambasciata a Tripoli. Le relazioni diplomatiche erano state interrotte alla fine del 1979, poi 27 anni di tensione con attacchi terroristici antiamericani, da Berlino a Lockerbie

Luciano Gulli

Un quarto di secolo di guerra fredda e di burrasche diplomatiche forza 9, intervallate da qualche bomba intelligente e da reciproche, sanguinose minacce. Poi - preannunciata da sempre più accentuati chiarori all’orizzonte - ecco spuntare l’alba di un nuovo giorno tra gli Stati Uniti e la Libia del colonnello Gheddafi.
La notizia, ufficializzata ieri pomeriggio dal segretario di Stato Condoleezza Rice, è che «presto gli Stati Uniti apriranno un’ambasciata a Tripoli». La Libia esce pertanto dalla scomoda lista nera degli «Stati canaglia» e si accinge ad accomodarsi nel consesso delle nazioni perbene. Gli esami, dunque, sono finiti per il colonnello. E per il popolo libico, tenuto nella salamoia degli ispiratori e dei foraggiatori del terrorismo internazionale, si riapre la pagina degli affari in verde, che è il colore dell’Islam, certo; ma anche quello dei dollari.
La notizia è stata accolta a Tripoli con una soddisfazione che solo la compostezza e il galateo diplomatico hanno impedito fosse accompagnata da una salva di fuochi d’artificio. Così, nei comunicati ufficiali, si legge solo la solita frase di rito, secondo la quale la Libia «saluta con favore» la decisione Usa di ristabilire normali relazioni diplomatiche complete, a livello di ambasciatori, tra i due Paesi. Il ministro degli Esteri libico, Abdel Rahman Chalgham, ha parlato di una «nuova pagina» nei legami bilaterali. Mentre la signora Rice, altrettanto festosa, parla addirittura di Muammar Gheddafi (la bestia nera di Ronald Reagan...) come di un amico che si è rivelato «eccellente» nella lotta al terrorismo internazionale.
Iran, Siria, Corea del Nord, Iraq e Libia. Questo era il consesso degli Stati messi all’indice dai tempi di Bush padre. Rogue states, Stati canaglia. Espressione mediaticamente azzeccata per mettere con le spalle al muro, e sotto embargo, quei Paesi che venivano percepiti dagli Stati Uniti come una minaccia potenziale, sia sotto il profilo nucleare che più in generale per il sempre possibile utilizzo di armi di distruzione di massa.
Segnali di riavvicinamento fra Libia e Usa si erano già visti nel febbraio dello scorso anno, quando i diplomatici dei due Paesi avevano avuto il reciproco permesso di muoversi liberamente sul territorio. Il 29 settembre, infine, il presidente George Bush aveva revocato (e quello fu il segnale vero) alcune restrizioni sull’export di materiale bellico alla Libia. Lì si capì che il vento cambiava.
I rapporti tra gli Usa e la Jamahirya del colonnello Gheddafi erano saltati il 29 dicembre del 1979, quando una folla alquanto su di giri assaltò, saccheggiandola, l’ambasciata americana a Tripoli. Seguirono sette anni di dispetti crescenti, finché una bomba - era il 4 aprile 1986 - esplose in una discoteca di Berlino frequentata da militari americani ammazzandone due. Erano stati i servizi libici, stabilì nel 2001 un tribunale tedesco. Ma gli americani non aspettarono quella sentenza. E dieci giorni dopo la bomba di Berlino spedirono 66 cacciabombardieri su Tripoli e Bengasi. Sotto le bombe morirono una quarantina di persone, fra cui una figlia adottiva, giovanissima di anni, dello stesso Gheddafi. La vendetta venne consumata a freddo, il 21 dicembre 1988, quando un aereo della Pan Am con 270 persone a bordo, la maggioranza dei quali americani, esplose nei cieli di Lockerbie, in Scozia.
L’annuncio odierno ha provocato naturalmente sconcerto e rabbia tra i familiari di quei morti. Ma altrettanta rabbia si respira tra i ranghi degli oppositori del regime, totalmente spiazzati dalla straordinaria veronica dell’amministrazione Usa.
Le ingenti riserve di petrolio libico, la rinuncia al programma atomico, la buona disposizione del regime nella lotta al fondamentalismo hanno indotto ora Washington a voltare pagina. Si chiama realpolitik, bellezza, direbbe con uno dei suoi algidi sorrisi Henry Kissinger.