A Washington si parlerà di ritiro

Fabrizio De Feo

da Roma

La nuova era di «unità transatlantica», più volte invocata negli ultimi mesi da George W. Bush, deve ancora decollare. Ma il rapporto preferenziale stretto con l’Italia resta un punto fermo della politica estera statunitense. Per questo, nell’incontro di domani alla Casa Bianca con Silvio Berlusconi, il presidente americano partirà proprio da un pubblico riconoscimento del ruolo italiano - ovvero di uno dei «willing countries», i Paesi che più di altri appoggiano gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo - per poi entrare nel vivo dei colloqui che si soffermeranno sul tema caldo del disimpegno dall’Irak del contingente internazionale.
«L’Italia ha fornito un contributo essenziale alla transizione verso la democrazia in Irak» dice Kurt Volker, vice sottosegretario del Dipartimento di Stato. «Berlusconi ha intenzione di concordare i tempi del ritiro con gli alleati e con il governo iracheno. Tutti vogliamo ridurre la presenza delle truppe straniere ma dobbiamo farlo quando sarà il momento». Quel che è certo è che il premier italiano, al di là della definizione della «exit strategy», discuterà con l’inquilino della Casa Bianca soprattutto del quadro giuridico della missione in Irak. A metà dicembre le elezioni legislative irachene segneranno un’altra tappa fondamentale della transizione politica del Paese e a fine anno scadrà la risoluzione 1546. Per questo Berlusconi chiederà l’adozione di un nuovo documento che detti le regole della nuova fase e «riqualifichi» la presenza internazionale nella direzione dell’«institution building», favorendo una «irachizzazione» dell’Irak e un ruolo accentuato della Nato e dell’Ue. Un allargamento a una pluralità di attori tra cui, secondo Berlusconi, dovrebbero figurare anche i Paesi arabi più ricchi.
Altro tema centrale dell’incontro sarà la «questione iraniana», stilema giornalistico che racchiude le varie minacce alla stabilità mondiale portate da Teheran: dal nucleare ai progetti egemonici sul Sud dell’Irak fino alle tonanti minacce rivolte allo Stato di Israele. L’Italia rivendicherà un ruolo importante nel dialogo con il regime iraniano, forte della sua posizione di primo partner commerciale tra i Paesi dell’Ue e chiederà di essere consultata prima di ogni iniziativa statunitense.
Non mancherà una «panoramica» sul Medio Oriente, con un invito rivolto all’Autorità nazionale palestinese affinché «convinca» Hamas a disarmare per poter essere inserita nel gioco politico. L’Italia, inoltre, ribadirà la disponibilità ad appoggiare il piano di Washington di «impatto immediato» per migliorare le condizioni di vita dei palestinesi. Uno sguardo andrà anche alla Siria, con il sostegno di entrambi i Paesi all’inchiesta sull’assassinio dell’ex premier libanese Hariri. Berlusconi e Bush, poi, si confronteranno sulla riforma del Consiglio di Sicurezza. L’idea italiana è quella dell’assegnazione al Giappone di un seggio semi-permanente elettivo. Una formula per tenere Tokio un gradino al di sotto rispetto ai membri permanenti del Consiglio. In agenda anche i temi dell’influenza aviaria e della Internet Governance. Così come non è escluso che i due protagonisti possano discutere di una possibile visita del presidente statunitense in Italia nei prossimi mesi. Ma l’ipotesi è ancora tutta da valutare.