Washington striglia il governo Prodi: il ritiro dall’Irak è tutto da discutere

Il dipartimento di Stato Usa diffonde una nota in cui fa capire che non condivide l’annunciato piano di rientro da Nassirya. Il Professore tenta di rassicurare il segretario della Nato: «Non lasciamo l’Afghanistan». Ma sono molte le missioni a rischio

Alessandro M. Caprettini

da Roma

«Che intenzioni avete?». Se lo chiedono gli Stati Uniti e se lo chiede anche la Nato. Dopo le dichiarazioni gelide di Donald Rusmfeld sul ritiro dei nostri soldati («per noi non cambia niente») ieri il Dipartimento di Stato ha fatto capire chiaramente che sul ritiro le divergenze con gli Usa sono profonde. Tanto che gli Stati Uniti hanno inviato a Roma Barbara Stephenson, deputy senior advisor del Dipartimento di Stato, esperto di pianificazione e ricostruzione, per guidare un gruppo di lavoro che dovrà incontrare gli esponenti del governo italiano. La dichiarazione della Stephenson arriva dall’ambasciata americana a Roma e non lascia dubbi, parla di una «presenza italiana in Irak» che «è stata e continua ad essere importante per il successo del processo di stabilizzazione e ricostruzione», loda «gli esperti italiani che hanno contribuito all’avanzamento della democrazia e della libertà in Irak», ma annuncia che guiderà «un gruppo misto che si incontrerà con esponenti del governo italiano per discutere queste questioni» e infine «continueremo la discussione su come meglio venire incontro ai bisogni dell’Irak». Traduzione: così com’è stato finora dipinto dagli italiani, il ritiro dall’Irak non va bene. Dietro la lingua della diplomazia, c’è la distanza siderale delle posizioni in campo. E dunque la domanda «che intenzioni avete?» è quanto mai pressante. E l’ha posta anche Jaap de Hoop Scheffer, segretario generale della Nato ieri in missione nel nostro Paese per incontrare - nel giro di poche ore - Napolitano, Prodi, D’Alema e Parisi.
Il segretario generale dell’alleanza atlantica pare si sia voluto sincerare di quanto matura nel nuovo governo di Roma. Troppe le voci, troppe le ipotesi di disimpegno messe in campo dall’Ulivo. Non c’è solo Bagdad. S’infittiscono le voci di un possibile rientro anche da Kabul, c’è l’insistenza per accelerare i tempi di dismissione della base di La Maddalena. C’è, di pochi giorni fa, l’insorgere delle sinistre contro l’allargamento della base Usa in quel di Vicenza. E poi ci sono Darfur, Kosovo e Bosnia, dove sono presenti le nostre truppe. C’è anche la storia degli Eurofighter, che dovevano essere costruiti ed acquistati dalla nostra aeronautica ma che la mancanza di fondi potrebbe affondare con tanti saluti alla quota di protezione aerea garantita in precedenza sul fianco sud. Ancora presto per poter valutare i generici richiami all’alleanza che ieri sono stati assicurati a Scheffer tra Quirinale e palazzo Chigi. Fatta salva la conferma del ritiro da Nassirya (che pure avrà tempi lunghi: come minimo tre mesi da oggi), sul resto a quanto pare è stata calata una fitta nebbia. L’Afghanistan? Prodi ha confermato il nostro «pieno impegno» a Kabul, come anche D’Alema e Parisi avrebbero garantito il proseguimento dell’impegno militare, ma elegantemente glissato su un possibile potenziamento della missione, con più truppe e impiego dei caccia Amx (anche se a Bruxelles dicono non sia previsto), adducendo problemi di costi elevati.
Il fatto è però - almeno nell’ultimo caso - che se la parte moderata dell’Ulivo non digrigna i denti (Rutelli ha spiegato che la nuova base nell’aeroporto Dal Molin serve «alla rimodulazione della 173ª Airborne Brigade»), quella più a sinistra agita i pugni e minaccia di peggio. Certo, è un discorso questo di Vicenza che riguarda il rapporto Italia-Usa, fattosi gelidino dopo l’incontro Rumsfeld-Parisi dell’altro giorno, ma non è che non possa interessare anche la Nato, visto che Roma, dopo la Germania, è il secondo contributore di truppe nell’Alleanza.
A quel che si diceva ieri sera a Bruxelles, non è che l’assaggio di Ulivo effettuato dal segretario generale Nato nella capitale italiana sia servito a chiarire granché. Nessun rigetto, sia chiaro. Ma molte perplessità derivanti dal «peso» che di fatto stanno assumendo Rifondazione, Comunisti e Verdi all’interno della maggioranza. E che, notoriamente, collimano assai poco con le linee guida dell’Alleanza. Formalmente, comunque, nei colloqui tra Scheffer e i suoi interlocutori ci si è a lungo soffermati sul «progetto Riga», ovverossia sul summit autunnale in cui si vorrebbe allargare la dotazione dell’Alleanza a una «dimensione politica», ripartendo di qui per un suo allargamento. Ma l’urgenza, per Scheffer, era soprattutto quella di sapere che intenzioni abbia l’Italia del dopo-Berlusconi rispetto agli impegni assunti a suo tempo. A quanto pare dovrà attendere ancora qualche tempo. Al pari forse dei suoi interlocutori, dovrà verificare quanto accadrà a fine mese. Quando nel Parlamento di Roma si riproporrà il varo dei capitoli di spesa per le nostre missioni militari all’estero.